Indagine Lega:Spunta la Multiservizi

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suonatore Jones

army ha scritto:provate a controllare quando la sera puliscono il corso...tutte le carte, cicche ecc vengono scopate fino ai tombini e lasciate cadere li dentro...non si degnano nemmeno di raccoglierle...oppure quando "puliscono" a gallina...uno lavoro e gli altri seduti a chiaccherare....io spero che vengano licenziati tutti...che si trovino un lavoro vero

una sera, con un altro forumino, ho assistito alla seguente scena:

ritiro spazzatura sul corso. sera inoltrata. gli operatori prendevano i sacchetti dai cestini, li chiudevano e hop: centravano il cassone del camion come le stelle della NBA.
purtroppo, a una cinquantina di metri dai nostri stanchi occhi, un sacchetto si apriva in volo, lasciando cadere tutto il contenuto in strada. come le stelle della NBA, gli operatori lasciavano il campo, aspettando che qualcuno pulisse.

(mi è stato impedito dalla comitiva di andare a rompere i coglioni)
pincopallino
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army ha scritto: ...che si trovino un lavoro vero
Che si trovino un lavoro vero? …………. e più lavoro vero di questo dove lo trovano ?
A parte uno-due mesi di ritardo di pagamento dello stipendio (che comunque NON perderanno) hanno la garanzia di un lavoro sicuro – contributi pensionistici pagati – ferie pagate – malattie pagate !
mettici poi che fanno il minimo sindacale e molti anche molto meno ........................
Malaca
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Ora non esagerate, non sono tutti così, non fate di tutta l'erba un fascio..... io conosco dipendenti delle società miste che non vanno nemmeno a lavoro e lo stipendio gli arriva puntuale...
suonatore Jones

pincopallino ha scritto: mettici poi che fanno il minimo sindacale e molti anche molto meno ........................
se facessero il minimo sindacale, le strade non sarebbero così. questi fanno meno, molto meno , del minimo. poi certo, ci saranno anche onesti e alacri lavoratori, ma incidono poco sul totale. quando dico che "fanno meno, molto meno, del minimo", non intendo "ognuno fa meno, molto meno, del minimo", ma "la media tra chi lavora e chi no, fa sì che si possa giudicare l'operato collettivo come inferiore, molto inferiore, del minimo sindacale".
pincopallino
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Concordo con te Suonatore quando affermi che fanno meno, molto meno del minimo sindacale.
Io nello scrivere che alcuni fanno il minimo e altri molto meno intendevo dire che quelli che in una giornata “sono costretti” a fare quello che mio nonno farebbe in due ore – due ore ½ …… sono quelli che lavorano fuori, quindi sotto gli sguardi di tutti i passanti e per questo "costretti" a non battere eccessivamente la fiacca.
Quelli che invece lavorano dentro ……………………
Guarda, a me hanno raccontato delle cose davvero eccessive, non posso garantire che corrispondano al vero ma personalmente credo a quanto mi è stato riferito.
Ad ogni modo, quello che già vedo con i miei occhi per strada mi basta e avanza.

Ecco perché sarà giusto diminuire il loro orario di lavoro una volta che diverranno dipendenti comunali (questione di giorni !) e contemporaneamente, magari, un aumento di stipendio non ci starebbe per niente male.

E’ molto urtante vero?
A Reggio (ma non solo) c’è una drammatica carenza di lavoro, molti trovano solo un lavoro in nero (quindi:mal pagato – senza contributi pensionistici – spesso devono sgobbare come muli – senza tredicesima/quattordicesima – senza malattie pagate – senza ferie pagate – sovente costretti anche a più di 50 ore settimanali – l’incubo che anche un lavoro così poco dignitoso possa evaporare il mese prossimo e via dicendo)
e questi della multiservizi, non solo avranno un impiego comunale REGALATO e con tutti i relativi privilegi, ma già sono coesi nel pretendere una riduzione dell’orario di lavoro perché dicono che per giusto devono lavorare 36 ore settimanali e non 40 e che se non saranno accontentati faranno tremare Palazzo San Giorgio.
Ma ci rendiamo conto ?

ps: un buon compromesso potrebbe essere di ridurgli le ore settimanali a 36 ma di permettere a chi vorrebbe di lavorare 40 ore pagandogli però molto, molto profumatamente (altrimenti farebbero tremare Palazzo San Giorgio) le 18 ore di straordinario mensili.
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pincopallino ha scritto:questi della multiservizi, non solo avranno un impiego comunale REGALATO e con tutti i relativi privilegi, ma già sono coesi nel pretendere una riduzione dell’orario di lavoro perché dicono che per giusto devono lavorare 36 ore settimanali e non 40 e che se non saranno accontentati faranno tremare Palazzo San Giorgio.
Ma ci rendiamo conto ?

.
beh...questa è la malattia del binomio:Lavoro statale>lavoro sicuro,ma è una piaga tutta italiana...
Io mi son sempre reso conto,specie lavorando col privato che ti sta col fiato sul collo,in nero,pagato quando si ricordava,e stando a casa quando non c'era lavoro.o peggio esserci con la febbre,o aver timore a chiedere un giorno di"permesso"con la paura che alla seconda richiesta te ne andavi a casa.
Queste persone,quantomeno la maggior parte di questi signori Multiservizi/Leonia,credo non abbiamo nemmeno idea cosa significhi quello che ho scritto sopra.
doddi
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La lunga giornata di Bruno Mafrici. Il sedicente avvocato sentito per diverse ore in Procura sugli affari di Giovanni Filianoti

di Alessia Candito

Vestito scuro dal taglio pregiato, un'abbronzatura improbabile ai primi di maggio, cellulari ultimo modello che guarda in continuazione, ma senza nervosismo, in attesa di essere chiamato. Quando questa mattina, attorno alle undici, il sedicente avvocato Bruno Mafrici - attualmente sotto indagine a Reggio e a Milano nell'ambito dell'inchiesta che ha messo a soqquadro la Lega Nord - si è presentato al sesto piano del Cedir, sembrava ostentare tranquillità. Convocato come persona informata sui fatti dai magistrati della Dda che indagano sull'omicidio del noto assicuratore Giovanni Filianoti - ucciso da mani ancora ignote in un agguato il 1 febbraio 2008 - Mafrici sembrava un uomo che non ha nulla da temere. Ben diverso dall'uomo scuro in viso, quasi provato, che cinque ore dopo si è allontanato rapidamente lungo i corridoi della Procura, limitandosi a trincerarsi dietro un cortese, ma irremovibile no comment. "Sono vincolato al segreto istruttorio, ma i motivi per cui sono stato convocato oggi dalla Procura antimafia di Reggio Calabria non sono riconducibili alle vicende giudiziarie riguardanti la Lega, né alle attività dello studio Mgim", ha detto lasciandosi alle spalle velocemente la stanza del pm Antonio De Bernardo, che, insieme al collega Giuseppe Lombardo, ha condotto l'interrogatorio fiume, andato avanti praticamente senza pause fino a pomeriggio inoltrato. Cinque ore durante le quali i magistrati reggini hanno preteso da Mafrici maggiore chiarezza su tutta una serie di affari - e soprattutto sul contesto in cui tali affari sono stati trattati - che in passato avrebbero coinvolto il noto assicuratore reggino della Ina Assitalia, Giovanni Filianoti. Affari che stranamente si incrociano con le attività - formali e informali- dello studio milanese M.G.I.M – già assurto agli onori delle cronache per essere al centro dell'inchiesta che ha messo in crisi Lega Nord - di proprietà dell'ex Nar Lino Guaglianone e di cui Mafrici è uno dei principali soci.

Affari che già in precedenti interrogatori – sostenuti a Milano, di fronte al pm Lombardo – Mafrici ha dimostrato di conoscere fin troppo bene. Del resto, nonostante si sia diviso per anni tra le stanze milanesi dell'ormai celebre studio e quelle romane del Ministero della Semplificazione, dove l'ex tesoriere leghista Francesco Belsito l'aveva chiamato come consulente, il sedicente avvocato Bruno Mafrici sarebbe rimasto stranamente in contatto con l'imprenditoria che contava e conta a Reggio Calabria. Dall'azienda Mucciola, alle attività degli imprenditori Montesano e Matacena, dalla Siram – azienda campione di appalti a Palazzo Alemanni, agli ospedali Riuniti, alla Provincia di Reggio Calabria e all'università Mediterranea- fino ai big del mattone a Reggio città e a quelli che hanno trattato gli affari più caldi, come la cessione delle quote della Multiservizi, Mafrici conosce tutti, è in contatto con tutti, ha lavorato più o meno informalmente per conto di quasi tutti. Il discusso professionista sa come, dove e chi fa girare i soldi a Reggio Calabria e Giovanni Filianoti – prima di essere freddato sotto casa in una notte di quattro anni fa – faceva parte del giro. Per gli inquirenti, era un broker capace di gestire affari di milioni di euro, con interessi pesanti nel mattone, il settore che forse a Reggio città fa girare più denaro. L'assicuratore era infatti il presidente del Consiglio d'Amministrazione dell'Immobiliare Otto, società proprietaria e locatrice di immobili di pregio e profumatamente pagati, ma con un board gestito da soci importanti e chiacchierati, come l'ingegnere Pietro Ziino e Antonino Siclari, il figlio di Pietro Siclari, imprenditore attualmente in carcere perché ritenuto vicino alle cosche. Nella Gi.Mi. invece, Filianoti si accompagnava a Michelangelo Tibaldi, ingegnere e imprenditore, socio privato della Multiservizi. Tutti personaggi con cui Mafrici ha ammesso di essere stato in contatto o in affari, più o meno direttamente. Erano quasi tutti presenti – c'era Ziino, c'era Tibaldi, – alla riunione nello studio di quest'ultimo in cui si discuteva la strategia per acquisire le quote private della Multiservizi all'epoca in mano alla Fiat. E i due per Mafrici non erano semplicemente degli sconosciuti clienti. Il controverso professionista era perfettamente a conoscenza dei loro rapporti con l'assicuratore ucciso quattro anni fa, tanto da sentire il bisogno di specificare – nel corso dell'ultimo interrogatorio da indagato di fronte al pm Lombardo a Milano –"Sono a conoscenza che Giovanni Filianoti, ucciso qualche anno fa, era socio del Tibaldi e dell'ingegnere Ziino nella realizzazione di un palazzetto nella zona di Pentimele: il Filianoti era socio dell'Immobiliare Otto, unitamente allo Ziino e al Cozzupoli".
Immobiliaristi come Pietro Siclari, imprenditori edili come Pietro Cozzupoli, personaggi in vista come Michelangelo Tibaldi.


E' probabilmente in questo coacervo di interessi che gli inquirenti reggini stanno cercando il bandolo per dipanare la matassa che da quattro anni avviluppa l'omicidio Filianoti. Una pista che gli inquirenti da tempo stavano seguendo, ma che adesso potrebbe essere esplorata a pieno, anche ascoltando dalla viva voce dei personaggi - in maggiore o minore misura – in relazione con la fitta rete che da Reggio Calabria sembra avere una curiosa eco a Milano, la propria versione dei fatti. Proprio per questo motivo la settimana scorsa al sesto piano del Cedir i pm Lombardo e De Bernardo hanno ascoltato come persona informata sui fatti il segretario-questore del Consiglio Regionale Giovanni Nucera. E la sua potrebbe non essere l'ultima convocazione di volti e nomi noti della politica e dell'imprenditoria reggina, stranamente ricorrenti nelle storie che dai salotti della Reggio bene si dipanano fino ad ancora oscuri terminali milanesi. Intrecci su cui gli inquirenti hanno tutta l'intenzione di far luce.
Se coloro che vincono le gare hanno certificati antimafia ma sono in strette relazioni con altre imprese sottoposte all'attenzione della mafia,tutte munite di certificazioni delle prefetture,allora è un problema diverso che non compete a me valutare. I.F.
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Il Quotidiano
Venerdì 23 dicembre 2011

La zona grigia

In mano ai clan sin dall’inizio
Una scrittura privata dimostra che il presunto prestanome dei Tegano stava da sempre nella società mista del Comune

di GIUSEPPE BALDESSARRO

REGGIOCALABRIA- Le società in odore di ‘ndrangheta sparivano, sparivano sempre. Quando non riuscivano ad ottenere i certificati antimafia dalla Prefettura si inabissavano. Al posto loro spuntavano le facce pulite di imprenditori “onesti”. Teste di legno o complici, che con la giustizia non avevano mai avuto problemi. Così gli affari continuavano sotto traccia, per rispuntare come un fiume carsico anni dopo, intestate a figli e parenti. E’ successo alla stessa maniera con la“Multiservizi”. Lasocietà mista(51% delComune e49% Gts-Gestione servizi territoriali) che si occupa della manutenzione della città, era infiltrata dalla‘ndrangheta.
L’ho ha dimostrato l’inchiesta “Astrea” della Dda il mese scorso, ma non è questa la novità. La novità è che è sempre stata infiltrata dalla ‘ndrangheta. Fin dall’inizio, fin da quando è stata ideata la compagine privata, ossia la Gts.
La tesi sostenuta dai magistrati (l’inchiesta èfirmata dall’aggiunto Michele Prestipino e dai sostituti Beatrice Ronchi e Giuseppe Lombardo) è che Giuseppe Rechichi fosse un uomo e prestanome del boss Giovanni Tegano. E che sia riuscito a entrare nella “Multiservizi”attraverso la “Recim”, una società intestata ai figli Giovanni e Antonino, due ragazzetti pocopiù che ventenni, nel luglio del 2007. Un’ipotesi investigativa che pare solida, anche se ovviamente si tratta di un’impianto che dovrò essere valutato dai giudici in sede processuale. Ora comune, la tesi dellaDda si potrebbe ulteriormente rafforzare, retrodatando il momento in cui i Tegano avrebbero messo le mani sulla municipalizzata.
Gli uomini della Guardia di Finanza hanno infatti depositato due nuove informative. Materiale esplosivo, in parte acquisito attraverso gli sviluppi dell’inchiesta, ma soprattutto arrivato sul tavolo dei magistrati grazie alle perquisizioni nella studio del commercialista Roberto Emo (anch’esso finito in
manette in Astrea). Gli uomini del Colonnello Cosimo Di Gesù ritengono di ver fatto bingo, scoprendo un documento con cui si ricostruisce la vicenda della compagine privata della Multiservizi.
Una scrittura privata, che risale almeno al 2004, tra i tre imprenditori reggini che assieme alla Ingest Facility costituirono la Gst che sarebbe poi entrata in società con il Comune. All’epoca Gst era costituita al 55% da Ingest (società che faceva capo alla Fiat), al 20% dal gruppo dei fratelli Cozzupoli, al 15% dalla
Tibi 15 (di Michelangelo Tibaldi) e al10%da Sem di Giuseppe Chirico.
Quattro aziende in tutto.
A un certo punto però succede qualcosa. Anzi due cose. La prima è che Ingest decide di lasciare il gruppo e di cedere le proprie quote agli altri tre soci. La seconda è che la Sem di Rechichi «per sopravvenuti impedimenti non può partecipare direttamente all’acquisto delle quote e di conseguenza non può partecipare ufficialmente alla società mista». Così c’è scritto nella scrittura privata.Ed è questa la ragione che spinge i tre imprenditori
a siglare un patto. Nella sostanza,per evitare problemi Sem cede le proprie quote a Ingest, Tibi e Cozzupoli. Ingest poi cede a Tibi e Cozzupoli. Quindi formalmente Sem sarebbe fuori. Invece no. Perchè la carta privata, ilpatto, diceche la società di Rechichi ha dato dei soldi agli altri 2 soci reggini affinchè acquistassero delle quote della Ingest per suo conto. Alla finedellagistra Tibi e Cozzupoli, nella scrittura privata, riconoscono a Sem l’8% dei profitti a loro spettanti. Ecco i passaggi cruciali dell’accordo: «Resta espressamente convenuto tra le parti che, in virtù della presente scrittura, gli utili percepiti da Cozzupoli e da Tibi saranno versati alla Sem sino alla concorrenza della quota dell'8%,così comeSem, in caso dipassività e/odebiti siaccolla la relativa quota dell'8%; Cozzupoli e Tibi 15 s'impegnano e garantiscono alla Sem, relativamente ai lavori di loro pertinenza, commesse e/o lavorazioni sino alla concorrenza della quota dell'8 %».E poi: «Nel caso in cui, per qualsiasimotivo nessuno escluso, Sem srl dovesse cessare l’attività Cozzupoli e Tibi s’impegnano a riconoscere la quota dell’8% in capo ai germani Rechichi Giuseppe e Rosario o a società a loro riconducibili e da loro indicate».
E infine: «Nel caso in cui,per qualsiasi motivo nessuno escluso, Sem srl dovesse cessare l'attivitàCozzupoli e Tibi 15 s'impegnano a riconoscere la quota dell'8% in capo ai germani Rechichi Giuseppe e Rosarioo a società a loro riconducibili e da loro indicate». Boom. Ecco la bomba. E’ esattamente quello che è avvenuto, quando nel 2007, Tibaldi e Cozzupoli cedono le quote a figli di Richichi, e si dimostra così che Rechichi in prima persona era nella Gst da sempre.
A questo punto i finanzieri che scrivono l’informativa (redatta dal tenente colonnello Gerardo Mastrodomenico e dai suoi uomini e firmata dal tenente colonnello Claudio Petrozziello) iniziano a chidersi ma perchè Rechichi non entra direttamente nella societa? Quali sono i «sopravvenuti impedimenti»?
Spulciando si scopre che i carabinieri nel 2003 avevano mandato alla Prefettura un’informativa nella quale si evidenziava cheGiuseppe Rechichi era al 33% socio della “Icer Impresa costruzioni edile”, azienda in cui un altro 33% era di Sebastiano Nocera. Un personaggino niente male visto che al momento è in carcere con una sentenza definitiva (del settembre 2004),per omicidio e associazione mafiosa, considerato «appartenente alla consorteria mafiosa denominata “Serraino”, già collaboratore delle cosche Libri, De Stefano-Tegano e Iamonte”».
Detta in soldoni Giuseppe Rechichi il certificato antimafia se lo può sognare. Ed è quindi chiaro che ha la necessità di eclissarsi, di sparire dalla società, di scomparire, almeno in maniera diretta. Così avviene.
Scrivono gli 007 della finanza «In altre parole, il progetto imprenditoriale, risalente almeno all’aprile 2003, dei fratelli Rechichi (Rosario e Giuseppe, titolari della Sem, ndr) e, per il loro tramite, della cosca di riferimento (i Tagano, ndr), progetto che non aveva potuto avere esito acausa deglielementi ostativi in termini di certificazione antimafia, trovava la sua definitiva realizzazione nel luglio 2008, previa costituzione della “S.r.l. Recim” in capo ai giovani figli di Giuseppe,Antonino e Giovanni, all’epoca solo ventiduenni, il tutto in perfetta aderenza a quanto stabilito ben due mesi prima della formale costituzione della Gts».
Se coloro che vincono le gare hanno certificati antimafia ma sono in strette relazioni con altre imprese sottoposte all'attenzione della mafia,tutte munite di certificazioni delle prefetture,allora è un problema diverso che non compete a me valutare. I.F.
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Già dal 2002 le mani dei Tegano sulla Multiservizi. La cosca tentò di entrare nella società mista

08/12/2011 Consolato Minniti, Calabria Ora

REGGIO CALABRIA – Le mani della cosca Tegano, sulla municipalizzata Multiservizi, ci sarebbero state già dall’idea di creazione della società stessa, ma l’affare fu temporaneamente abbandonato per un accertamento della Finanza. È quanto emerge da un raffronto tra la documentazione di costituzione della Multiservizi ed i dati contenuti all’interno dell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Astrea”, portata a termine dalla Guardia di finanza di Reggio Calabria. È la cronologia dei fatti a dimostrare come coloro i quali sono stati ritenuti prestanome della consorteria mafiosa di Archi, avevano già intenzione di entrare all’interno della compagine societaria privata che aveva poi il compito di dar vita alla Multiservizi. Se l’inchiesta, infatti, ha evidenziato come la proprietà del 33% della Gst (società che possiede il 49% di Multiservizi) fosse nelle mani della “Si. Ca. srl” riconducibile alla cosca Tegano, ora si scopre come all’atto della costituzione dell’associazione temporanea d’imprese (Ati) vi partecipò anche la “Sem” Società edilizia mediterranea srl, di proprietà formalmente dei fratelli Giuseppe e Rosario Rechichi (ritenuti prestanome dei Tegano). Ma andiamo a vedere dapprima le tappe di costituzione della Multiservizi e poi l’intreccio con gli atti giudiziari. È il 12 febbraio del 2002, quando viene costituita l’Ati tra la “Ingest Facility spa”, la “Ingegneri Demetrio, Pietro e Domenico Cozzupoli s.n.c.”, la “ Tibi 15 srl (Tibaldi)” e la “Sem, società edilizia mediterranea”. L’Ati partecipa ad una gara predisposta dal Comune di Reggio Calabria per la scelta, con procedura di evidenza pubblica, di un socio di minoranza della costituenda “Multiservizi spa”. Si arriva così alla delibera numero 775 del 2003, con la quale il Comune approva le risultanze della procedura di selezione del socio privato e delibera di dare luogo alla costituzione della Multiservizi, con i soggetti partecipanti all’Ati. Il 23 dicembre del 2003, Ingest, Cozzupoli e Tibi 15 costituiscono la Gst, sottoscrivendo il capitale sociale secondo le seguenti quote: Ingest 60%, Cozzupoli 23% e Tibaldi 17%. Vi è un recesso che è relativo alla Sem, che non partecipa alla costituzione della Gst. Ed è proprio qui che il dato societario si intreccia Giuseppe e Rosario Rechichi. Dagli atti di tale provvedimento è emerso che gli accertamenti furono fatti nei riguardi della Sas Real Cementi di Bruno Crucitti & C. e della ditta di Francesco Labate, e vennero fuori delle ipotesi di reato. Tali indagini hanno acclarato che quest’ultima ditta risultava aver ricevuto l’emissione di numerose fatture di comodo per operazioni inesistenti, da parte della Sem srl dei fratelli Giuseppe e Rosario Rechichi. «È pertanto evidente – scrive il gip – che tale circostanza ha reso i Rechichi pienamente consapevoli, già nel novembre del 2001, che a breve la Guardia di finanza avrebbe esteso le necessarie verifiche fiscali non solo alla Sem srl ma altresì – tenuto conto della medesima sede di fatto in via Vecchia provinciale Archi n. 7 – a tutte le altre società loro formalmente riconducibili come la Com.edil srl». Ed infatti, dal maggio del 2002, ha preso avvio la verifica fiscale sia nei confronti della Sem, che della Com.edil, sempre nella sede di Archi. Il raffronto temporale – tra la data di costituzione dell’Ati per Multiservizi (12 febbraio 2002) e quella di presa d’atto della rinuncia della Sem srl (8 ottobre 2004) – permette di far emergere un dato: la Sem ha deciso di rinunciare a partecipare alla costituzione di Multiservizi dopo l’avvio dell’indagine fiscale della Guardia di finanza. Ciò fa il paio con quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia Giovanbattista Fracapane a tal proposito: «Fino al duemile e due duemila e tre … inc… che ho saputo che era la gestivano i Tegano questa cosa, che poi l’hanno dovuta mollare perché avevano indagini della Finanza». La cosca capeggiata da Giovanni Tegano, dunque, aveva deciso di mollare. Che la rinuncia della Sem srl ad entrare in Gst sia proprio la realizzazione concreta di tale rinuncia? Più che ipotizzabile. Sta di fatto che il boss, secondo l’accusa, avrebbe fatto ricorso al “volto pulito” di Giuseppe e Rosario Rechichi nell’intestazione delle quote della Com.edil. e di tutto il relativo complesso aziendale. L’avvio degli accertamenti della Finanza nei confronti dei Rechichi «ha preoccupato i reali gestori dell’attività imprenditoriale ubicata in via vecchia provinciale 7 perdendo i titolati fittizi – scrive il gip – quella impermeabilità da aggressioni del patrimonio e la garanzia dell’occultamento degli effettivi proprietari». Da qui la decisione di costituire poi la Sica srl il 19 novembre del 2001 (appena venuti a conoscenza delle indagini della Finanza) e del contratto di affitto dei beni della Comedil da parte della stessa Sica, con conseguente svuotamento della Comedil e la possibilità , per i Tegano, di proseguire i propri affari con la Sica. In buona sostanza, entrarono comunque all’interno della Multiservizi pensando di non destare alcun sospetto. Pretesa inutile visti i risultati raggiunti di recente dalle Fiamme Gialle.
Se coloro che vincono le gare hanno certificati antimafia ma sono in strette relazioni con altre imprese sottoposte all'attenzione della mafia,tutte munite di certificazioni delle prefetture,allora è un problema diverso che non compete a me valutare. I.F.
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e pensate che cl'associazione ethos ha proposto la creazione di una nuova società mista per gestire il lido comunale!!!
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ma non ci sarebbe nulla di male se viene fatta con criterio,d'altronde Ethos non è di parte con questi imbroglioni..
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Alessandro ha scritto: Volete un’altra chicca?:si sta prendendo in considerazione anche di valutare la possibilità di far passare comunali anche tutti i lavoratori che attualmente lavorano nelle cooperative del comune di Reggio che trasportano disabili e nonni a spasso.
Ancora si è solo ad una prima fase di “pensiero” ma personalmente ho fiducia in Arena e Scopelliti che alla fine riusciranno ad assorbire come dipendenti comunali anche questi lavoratori e dunque altre centinaia di posti di lavoro sicuri che altri comuni italiani non possono nemmeno sognare di dare.
E scusate se è poco.
Credo che anche in questo caso Alessandro non si sbagli.
Anch’io ho sentito simili voci di corridoio anche se in questo caso si cerca di operare con molta più discrezione e sotto banco per tenere tutto nascosto.

Considerato che alla stessa stregua di quelli della Multiservizi, anche questi dipendenti hanno dovuto superare durissime selezioni e difficilissimi concorsi, sarebbe stata un’ingiustizia non “trasformare” anche loro in dipendenti comunali.
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Continuano ad emergere pezzi di un puzzle ancora troppo complesso da sistemare... o forse no :scratch

Gira vota e firria i nomi sono sempre i soliti.

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Filianoti, quel progetto di un centro commerciale a San Giorgio Extra

di Claudio Cordova - Uno dei diretti interessati, l'ingegnere Michelangelo Tibaldi, tiene a sottolineare con decisione: "Con il progetto di un centro commerciale a San Giorgio Extra, Giovanni Filianoti non c'entra nulla e se si indaga su quello si perde solo tempo, lo scriva!". E però gli affari che ruotano attorno terreno dove, per anni, è stata attiva la fabbrica di bergamotto Vilardi, potrebbero essere tra gli accertamenti che i sostituti procuratori della Dda, Giuseppe Lombardo e Antonio De Bernardo, stanno portando avanti per tentare di ricostruire il contesto in cui potrebbe essere maturato l'omicidio dell'agente generale di Ina Assitalia, ucciso l'1 febbraio 2008 mentre rientrava presso la propria abitazione a poche centinaia di metri dagli Ospedali Riuniti.

Nel corso del 2007, pochi mesi prima di perdere la vita, Filianoti, in realtà, potrebbe essere venuto a conoscenza del progetto, portato avanti da una cordata di imprenditori piuttosto conosciuti in città, di acquisire il terreno dei Vilardi, che costeggia le "Bretelle", dall'altra parte della strada rispetto al nuovo Palazzo di Giustizia ancora in costruzione. Un'acquisizione funzionale e prodromica all'innalzamento di un grande centro commerciale, proprio negli anni in cui prendeva corpo, invece, il Porto Bolaro, l'altra immensa struttura sorta ancora più a sud di Reggio Calabria, nella frazione di San Leo.

Michelangelo Tibaldi, Giovanni Filianoti, ma anche Dominique Suraci, Bartolo Bonavoglia e Pino Rechichi. Tutti personaggi piuttosto conosciuti in città. Una cordata di professionisti e imprenditori che avrebbe avuto l'idea di acquisire il vastissimo terreno, posto alle spalle della chiesa. Centinaia di metri quadrati attualmente in stato di degrado (e funestato da un incendio, probabilmente doloso, nel mese di gennaio) ma dalle grandissime potenzialità. Una cordata che avrebbe raggiunto l'acquisizione dell'area dai Vilardi tra il 2008 e il 2009, attraverso l'Srl "Immobiliare San Giorgio", iscritta al registro d'imprese di Reggio Calabria nell'ottobre 2008 e legalmente rappresentata dall'Amministratore Unico Natale Zumbo.

E se di Tibaldi, tra le carte che documentano le informazioni societarie, non vi è traccia, gli altri protagonisti del progetto sarebbero, a vario titolo, presenti all'interno della società. Oltre a un socio a nome Vincenzo Lo Giudice, infatti, l'imprenditore, Bartolo Bonavoglia, attivo nel settore dell'abbigliamento firmato, figura in prima persona nella "Immobiliare San Giorgio", mentre un altro socio, il giovane Marco Rechichi, è figlio di quel Pino Rechichi, ex direttore operativo della Multiservizi, attualmente in carcere con l'accusa di associazione mafiosa. Un personaggio che il collaboratore di giustizia Roberto Moio, nipote del superboss Giovanni Tegano, indica come uno dei membri dei gruppi di fuoco negli anni della seconda guerra di mafia. Quanto all'ex consigliere comunale Dominique Suraci, invece, il suo interesse al progetto potrebbe essere indicato dalla presenza della compagna Senia Saloua, in una società, la Fast Group Srl, come uno dei Trustee proprietari di quote della "Immobiliare San Giorgio". Di recente, peraltro, sia Suraci che Saloua, sono stati iscritti nel registro degli indagati dal sostituto procuratore Stefano Musolino per le vicende che ruotano attorno alla "Doc Market S.r.l." e, quindi, al celebre bar Cordon Bleu.
Presenze e ruoli in divenire, comunque, visto lo stato di "impresa in fase di aggiornamento" della "Immobiliare San Giorgio" che ha come oggetto sociale, tra le tante cose, "la realizzazione di costruzioni edilizie, private e pubbliche, per conto proprio o di terzi, compresi fabbricati per civile abitazione, complessi turistico-alberghieri ed impianti ricettivi, turistici, sportivi, naturalistici, termali e di soggiorno, campings, villaggi vacanze, ostelli, residences, stabilimenti balneari, centri commerciali, bar, ristoranti, porti turistici, strutture di interesse turistico e del tempo libero".

Una zona interessante, quella dell'ex fabbrica Vilardi. Tanto interessante che, secondo le indiscrezioni raccolte in quel periodo dalla cordata, sarebbe potuta interessare da altri noti imprenditori, come Pasquale Rappoccio e Pietro Siclari, entrambi attualmente in carcere per reati aggravati dalle modalità mafiose.
Forse non coinvolto in prima persona, Filianoti sarebbe comunque potuto essere al corrente dell'idea della cordata di cui, in un primo momento, faceva parte anche l'ingegner Tibaldi. Due uomini, Filianoti e Tibaldi, molto legati dal punto di vista personale, ma anche soci in affari con la ditta Gi.Mi., attiva nell'edilizia. E Filianoti avrebbe potuto rappresentare il punto di forza della cordata ma, soprattutto di Tibaldi, per la sua capacità di muoversi, con grande perizia, negli ambienti finanziari. Un vero e proprio lasciapassare anche nel mare magnum dell'accesso al credito.

Un affare grosso, di cui anche la famiglia sarebbe stata tenuta all'oscuro, come capitava quasi sempre per Filianoti, spesso restio a parlare delle proprie attività. Un omicidio "eccellente", così fu definito il delitto Filianoti. Un omicidio che potrebbe essere maturat a livelli molto alti, visto che i nuovi collaboratori di giustizia, Roberto Moio, Nino Lo Giudice, Consolato Villani e Marco Marino, nulla sanno riferire in proposito. Un omicidio su cui, a distanza di quattro anni e mezzo, la Dda sta provando a inserire una nuova marcia.

Il dato inconfutabile, al momento, è che, dopo qualche mese dalla morte di Filianoti, avvenuta all'inizio del 2008, si costituirà la "Immobiliare San Giorgio", che acquisirà il terreno dai Vilardi. Allo stato, però, Tibaldi sarebbe uscito dalla società, abbandonando, quindi, un progetto in cui invece inzialmente sembrava credere molto.

E che l'affare di San Giorgio Extra possa essere tra le circostanze al vaglio degli inquirenti, si evincerebbe dall'audizione, in qualità di persona informata sui fatti, del consigliere regionale Gianni Nucera, che proprio a San Giorgio Extra ha uno dei centri importanti della propria sfera politica. Verifiche, quelle dei pm Lombardo e De Bernardo, che stanno toccando tutti gli ambiti d'interesse di Filianoti per capire cosa possa essere costata la vita all'uomo: dall'attività di agente generale dell'Ina Assitalia, passando per le vicende dell'Immobiliare Otto (la società che detiene l'edificio dove sorge il Reparto Mobile della Questura di Reggio Calabria), arrivando infine al pallino per le aste e per l'edilizia. E nonostante lo scetticismo di Tibaldi, proprio sulla cartina del terreno di San Giorgio Extra e su quello che si sarebbe dovuto costruire, si potrebbe ora concentrare l'attenzione degli inquirenti. Da qui, dunque, l'audizione di Nucera che ha preceduto solo di qualche giorno quella del sedicente avvocato Bruno Mafrici, attualmente indagato nell'inchiesta sui conti della Lega Nord. Sì perché i nuovi impulsi investigativi sul caso Filianoti si sono incrociati (e Il Dispaccio ne ha dato notizia in anteprima), nelle ultime settimane, anche gli affari milanesi svolti all'interno dello studio M.G.I.M. dell'ex Nar Lino Guaglianone, dove proprio Mafrici lavorava.
Una pista che resta solida e ben dritta in piedi. Ma forse qualche risposta sugli affari e gli interessi di Giovanni Filianoti potrebbe arrivare anche da molto più vicino.
Se coloro che vincono le gare hanno certificati antimafia ma sono in strette relazioni con altre imprese sottoposte all'attenzione della mafia,tutte munite di certificazioni delle prefetture,allora è un problema diverso che non compete a me valutare. I.F.
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ma la multiservizi non può diventare inhouse... è illegale figghioli ahahah!
guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia
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mi chiedo come fanno a presentarsi al bar
puliti puliti, senza un alone di sudore sotto le scidde
i pantaloni e le scarpe immacolate
sti giorni con sto caldo che si crepa
dopo una giornata di lavoro
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Il sindaco di Reggio Calabria Demetrio Arena, venuto a conoscenza della comunicazione della Prefettura su dei possibili tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nella Gst, socio di minoranza della Multiservizi, ha convocato in tarda mattinata d'urgenza la Giunta comunale e ha proceduto allo scioglimento dell'ente
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:cheers ERA URA
NOI SIAMO REGGIO CALABRIA !!!
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cosa significa "sciiglierla"? chi pagherà?
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il principale mezzo di creazione di consenso di peppedj è andato. ora l'assurdo e il vero scandalo sarebbe ri-assumere i dipendenti attraverso il comune.
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