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Regmi
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Una nuova voce si aggiunge alle tante già esistenti.

Un in bocca al lupo ai due giovani (Claudio Cordova e Alessia Candito)
che si sono lanciati in questa nuova avventura editoriale è doveroso.

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Regmi ha scritto:Una nuova voce si aggiunge alle tante già esistenti.

Un in bocca al lupo ai due giovani (Claudio Cordova e Alessia Candito)
che si sono lanciati in questa nuova avventura editoriale è doveroso.

http://www.ildispaccio.it/" onclick="window.open(this.href);return false;
Non conosco i contenuti non avendo visitato il sito, ma complimenti per il titolo "texwilleriano".

A questo punto per i nuovi giornalisti on line restano pochissimi nomi. Uno potrebbe essere: "il segnale di fumo", una sorta di dispaccio visto dagli indiani.
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goldenboy
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In bocca al lupo....
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Regmi
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A beneficio di chi non ne ha mai sentito parlare
e considerando che il tema trattato è il collegamento tra "neri" e malavita organizzata
consolidatosi all'epoca dei moti per il capoluogo,
posto un interessante dossier che l'ottima Alessia Candito sta pubblicando sul suo nuovo quotidiano.


http://www.ildispaccio.it/primo-piano/8 ... a-ii-parte" onclick="window.open(this.href);return false;

di Alessia Candito - Come mai l'inchiesta che oggi minaccia di far crollare la Lega ha un filo diretto con Reggio Calabria? Perché i personaggi principali di quell'indagine sembrano legati in maniera più o meno diretta all'eversione nera? Per quale ragione i documenti che minacciano di rivelare i particolari più scottanti sono stati sequestrati negli uffici di una società milanese di proprietà di un ex Nar, nella quale erano di casa grandi imprenditori, noti ndranghetisti e simpatizzanti dell'estrema destra?

Ci sono domande che gravano come pietre tombali sulla storia di una città e di una regione. Interrogativi pesanti che nonostante vengano celati, dimenticati, nascosti sotto una patina di nuova rispettabilità, riemergono puntuali. Precisi. Implacabili. E che molti a Reggio Calabria preferiscono ignorare, derubricando la ndrangheta a mero fenomeno criminale. Ma quando il velo si squarcia ed esecutori e manovali di malavita lasciano il posto a mandanti e strateghi, è l'intera classe dirigente della città, e probabilmente della regione, ad arrossire. Perché sul banco degli imputati c'è il matrimonio di interesse fra l'antica borghesia e la sua espressione più giovane, rampante e criminale. O meglio, quella che tale era nei torbidi anni 70 del secolo scorso, ed oggi è membro di diritto di salotti buoni e circoli chic. Ma a fare da ruffiano a un'unione solo in apparenza contro natura, è stato spesso lo Stato stesso. Sulla storia della città come dell'intera Calabria i servizi segreti più o meno deviati, più o meno ufficiali hanno lasciato la propria firma. Sui moti di Reggio e sulla strage di Gioia Tauro. Su un golpe disegnato, propiziato e poi – solo alla fine – fatto naufragare. Sulla strana morte di cinque anarchici che su tutto questo avevano raccolto informazioni scomode. Sono gli anni in cui – all'ombra della strategia della tensione – tutto diventa possibile. La politica dei blocchi contrapposti aveva ingessato le giovani istituzioni italiane, votandole a un unico compito: mantenere al potere un determinato blocco sociale e politico nel quale era presente, se non considerata indispensabile, una componente mafiosa, percepita come struttura di potere economico, sociale, militare e politico. Dunque da usare per il mantenimento del sistema. Sono questi gli anni che l'ex agente del Sid Antonio Labruna, affetto da un male incurabile e ormai vicino alla morte, parlando con l'allora gip di Milano, Guido Salvini definirà "un periodo in cui la deviazione non era più un'eccezione, ma una costante nella politica del Servizio informazioni di difesa.."

La nascita della Santa e l'ascesa dei De Stefano

A Reggio Calabria questi anni hanno un significato preciso: i moti di Reggio, l'ascesa della destra eversiva, le bombe, la rabbia, la fame. Ma anche l'ascesa di un nuovo soggetto che determinerà e probabilmente determina ancora le sorti della città: la famiglia di ndrangheta dei De Stefano. Tutti avvenimenti intimamente legati, intimamente connessi. Ma la cui trama aspetta ancora di essere scoperta, e soprattutto compresa, pienamente. L'ascesa dei giovani rampolli di Archi corrisponde a un cambio di pelle strutturale della ndrangheta. Quell'organizzazione che aveva fatto fortuna con il traffico di sigarette, si divide sull'ipotesi di intraprendere nuovi e ben più remunerativi business, come il traffico di droga, ma anche sul modo di relazionarsi con il resto della società. C'è chi – come i De Stefano di Reggio e i Piromalli di Gioia Tauro - ha capito che per fare il salto di qualità e mettere le mani sui soldi veri, era necessario entrare nella stanza dei bottoni, nei salotti buoni della massoneria e della politica. E non da semplici comparse. Una trasformazione che inizierà a maturare all'inizio degli anni 70 e prenderà forma in maniera compiuta solo alcuni anni dopo, al prezzo di una guerra da 233 morti ammazzati. Ma il parto non sarà indolore: con la nascita della Santa, un'elite cui è consentita la doppia affiliazione a ndrangheta e massoneria, è la struttura stessa della ndrangheta a cambiare. Come sancirà molti anni dopo l'inchiesta Armonia la 'ndrangheta diventerà una cosa nuova, con mandamenti territoriali e con una camera di compensazione e coordinamento, la Santa, la cui esistenza è stata confermata anche dal primo grande pentito calabrese, Pino Scriva. Si introducono nuove regole, i santisti iniziano ad avere contatti con ambienti e persone con le quali un tempo era assolutamente impensabile che un "uomo di rispetto" avesse legami. Quando serve, boss e capibastone diventano confidenti di polizia e carabinieri senza per questo passare da infami. Le resistenze di chi dalla massoneria si opponeva all'ingresso di questi nuovi ingombranti "fratelli" vengono eliminate. In tutti sensi. L'avvocato dello Stato Francesco Ferlaino non vedeva di buon occhio la degenerazione della massoneria in una struttura mafiosa e criminale: una posizione che gli costerà la vita. Ferlaino viene ucciso il 3 luglio 1975 a Lamezia Terme. Il suo omicidio verrà archiviato fra i casi irrisolti, bollato come inspiegabile dagli inquirenti dell'epoca fino a quando Giacomo Lauro, pentito di ndrangheta, negli anni '90 con le sue confessioni non getta luce sulle pagine oscure della storia della Calabria.

Il summit di Montalto

E sono sempre le parole di Giacomo Lauro a fare luce sul summit che alla luce degli eventi successivi segnerà uno spartiacque fra la vecchia e la nuova ndrangheta. "Si cercava di rendere ufficiale all'intero corpo della ndrangheta questa notizia e cioè che la ndrangheta si era alleata o si voleva alleare con questa parte eversiva dello Stato – si legge negli atti dell'Operazione Olimpia - ma credo che non portò, se non per alcune cosche, risultati favorevoli". Quel 26 ottobre del 1969, sulla radura di Montalto, nel cuore dell'Aspromonte 130 ndranghetisti si erano riuniti attorno al vecchio capobastone Giuseppe Zappia, che chiamato a presiedere la riunione esordiva "qui non c'è ndrangheta di Mico Tripodo, non c'è ndrangheta di 'Ntoni Macrì, non c'è ndrangheta di Peppe Nirta: si deve essere tutti uniti, chi vuole stare sta, chi non vuole stare se ne va". Ma quel vertice – al quale secondo alcuni avrebbero partecipato anche alcuni leader della destra golpista e lo stesso principe nero Junio Valerio Borghese, che il giorno successivo avrebbe dovuto tenere un comizio in città - venne interrotto dall'intervento della polizia. Messi sull'avviso da una soffiata, gli uomini del questore Santillo misero le manette ai Polsi a 72 persone, ma non ai De Stefano e ai Piromalli. Per loro, gli arresti di Montalto saranno un regalo inaspettato. Il matrimonio con l'eversione nera, spesso accompagnata come un'ombra dai servizi dell'epoca, poteva essere celebrato e la rivolta di Reggio – preparata, incattivita, resa più violenta e spregiudicata dagli uomini delle ndrine che ben volentieri si sono prestati alla strategia di drammatizzazione dello scontro del Msi – poteva essere l'occasione per sgombrare il campo dalle rivalità e gettare le basi del futuro impero criminale, con Reggio capitale.

La rivolta di Reggio

Sono diversi i pentiti e i testimoni di quegli anni che parlano della partecipazione attiva degli uomini della ndrangheta alle fasi più accese – e tragiche – della rivolta. Ma la loro ombra compare anche prima e in preparazione di essa. Come in occasione dell'attentato alla Questura di Reggio Calabria tra il 7 e l'8 dicembre del 1969, durante il quale rimase gravemente ferito un agente di polizia. Uno dei primi test, capiranno quasi a distanza di trent'anni gli inquirenti, di quella strategia della tensione che avrebbe soffocato l'Italia negli anni a seguire. Dirà ai magistrati il pentito Lauro "posso affermare con certezza che già nel 69 a Reggio Calabria nell'estrema destra eversiva c'era il progetto di seminare il panico e di una possibile rivolta armata". Un progetto del tutto compatibile con le strategie di conquista dei De Stefano, che del resto hanno negli anni dimostrato di gradire certe compagnie. A propiziare l'incontro tra i due rampolli della nuova ndrangheta e il principe nero Borghese, secondo i pentiti sarebbe stato l'avvocato Paolo Romeo, esponente di punta dell'autoproclamato "Comitato d'azione per Reggio capoluogo", che si sarebbe messo nel giro di pochi mesi a capo della rivolta. In seguito, avrebbero saputo approfondire in autonomia i rapporti con la galassia nera a cavallo tra criminalità ed eversione. Seguendo le tracce dei De Stefano si arriva alla Banda della Magliana - Paolo sarà anche coimputato del "banchiere" della banda, Enrico Nicoletti – e all'Anonima sequestri che aggregava marsigliesi, terroristi neri ed elementi collegati con la massoneria coperta. Ma questo sarà solo negli anni a venire. Agli albori degli anni 70, i De Stefano stanno solo muovendo i primi passi nella costruzione di quello che in breve – grazie anche alla miopia o alla connivenza di chi era deputato a vigilare – diventerà un impero internazionale.

In quegli anni, alcuni uomini della destra eversiva vengono addirittura affiliati alla ndrangheta e sarà questo il terreno di coltura dei contatti fra i servizi segreti e le ndrine. A Reggio Calabria è proprio in quel periodo che fanno la propria comparsa personaggi ambigui e imbarazzanti, che la storia vuole sempre presenti o ricollegabili – in un modo o nell'altro – alle pagine più oscure della storia della Repubblica. In città c'è spesso Stefano Delle Chiaie, il fondatore di Avanguardia Nazionale, ritenuto responsabile morale o materiale di molte delle stragi nere degli anni 70, che si sarebbe reso noto poi anche per le azioni di controguerriglia nelle formazioni paramilitari latinoamericane. Più di una volta è stato a Reggio il principe nero Junio Valerio Borghese, fondatore dell'organizzazione di destra eversiva Fronte nazionale e comandante mai pentito della Rsi, osannato dal neofascismo. Poco distante da Reggio invece, a Vibo, ad accompagnarsi a Delle Chiaie è un uomo il cui nome diventerà a breve il sinonimo delle trame italiane: Licio Gelli. Insieme a lui, il gran maestro del Goi ( Gran Oriente d'Italia), Lino Salvini. Uomini degli apparati dello Stato più o meno fedeli e uomini della ndrangheta hanno iniziato in quegli anni a servirsi gli uni e degli altri, in un connubio che forse – sembrano suggerire anche le più recenti inchieste – non è ancora finito. E oggi come allora è ancora davvero da stabilire, chi controlli chi.

La passione dei De Stefano per il nero

Dirà ancora Lauro ai "Antonio Macrì e Domenico Tripodo erano contrari a questo discorso, tanto è vero che quando scoppiarono i moti di Reggio Calabria, i De Stefano non operarono assieme, operarono da soli con l'aiuto della cosca Cataldo di Locri, dei Vrenna di Crotone, dei Piromalli Mammoliti". Culmine delle strategie eversive dei De Stefano, il golpe Borghese del dicembre del 1970. "Più volte la ndrangheta fu richiesta di aiutare disegni eversivi portati avanti da ambienti dell'estrema destra parlamentare tra cui Junio Valerio Borghese. I De Stefano erano favorevoli a questo disegno e in particolare al golpe Borghese". In quell'occasione – racconterà il terrorista nero Vincenzo Vinciguerra – la ndrangheta avrebbe mobilitato circa 1500 uomini armati e sarebbe stata pronta all'occorrenza a metterne a disposizione altri 2000.

Era l'8 dicembre 1970, la notte dell'Immacolata. In diverse parti d'Italia scattò il piano golpista di Borghese, poi passato alla storia come la notte di "Tora-Tora". E se in Piemonte, Lombardia, Veneto e Toscana, massiccia fu la mobilitazione dei neofascisti, in Calabria e in Sicilia furono rispettivamente la ndrangheta e la mafia ad appoggiare i piani del "Principe nero". Con loro, i vertici dell'imprenditoria e della classe dirigente reggina che da tempo si erano insediati nella cabina di regia della rivolta. "Dalle carte dell'inchiesta Olimpia si scopre la presenza a Reggio di una componente che avrebbe dovuto intervenire una volta avvenuto il golpe a Roma – racconta lo storico reggino Fabio Cuzzola, che al periodo buio degli anni 70 reggini ha dedicato anni di studio e più di un libro - Era previsto che un manipolo di uomini scelti uscisse, a golpe avvenuto, ad occupare i palazzi governativi e ad arrestare simpatizzanti e militanti della sinistra, sindacalisti, democratici. Circa duecento persone erano pronte ad intervenire quella notte, aspettavano semplicemente l'ordine per intervenire a casa del marchese Zerbi".

Il marchese Felice Genoese Zerbi, proconsole di Stefano Delle Chiaie, non era il solo ad appoggiare la rivolta. Insieme a lui, nel "Comitato d'azione per Reggio capoluogo" - rivelerà sempre Lauro -a finanziare l'eversione c'erano anche il re del caffè, Demetrio Mauro e il monopolista dei traghetti, Amedeo Matacena. Quella notte però le cose non andarono come il Comitato prevedeva. Il contrordine giunse all'improvviso, a colpo di Stato iniziato. Le ragioni di quell'improvviso stop rimasero sempre avvolte nel mistero. Nessun mistero pare ci sia invece sul coacervo di interessi che ha fatto da culla e da balia a quel progetto di golpe. Del resto, la medesima joint venture fatta di uomini di ndrangheta, uomini dei salotti, eversione nera e servizi – accerteranno quasi trent'anni dopo le inchieste - aveva già dato prova di poter lavorare insieme a Gioia Tauro il 22 luglio del 1970.

La strage di Gioia Tauro

Alle 17,10 circa di quel 22 luglio afoso, il direttissimo Palermo-Torino -la Freccia del Sud che entra di diritto nei ricordi della maggior parte delle famiglie meridionali - deraglia a circa settecentocinquanta metri dalla stazione di Gioia Tauro. Il macchinista, dopo aver avvertito un sobbalzo della locomotiva, aziona il meccanismo di frenata rapida, ma dopo cinquecento metri il treno si spezza: la sesta carrozza esce dai binari, trascinando le altre nove con sè. I vigili del fuoco di Palmi, Cittanova e Reggio Calabria, aiutati dai reparti della Celere e dai Carabinieri, saranno costretti a tagliare le lamiere per estrarre i corpi dei passeggeri. Alla fine si conteranno sei morti, di cui cinque donne, e settantadue feriti, molti dei quali con gravi conseguenze invalidanti.

Il questore di Reggio Calabria, Emilio Santillo, subito accorso sul luogo, individua immediatamente e senza incertezza alcuna, la causa del deragliamento nello sbullonamento del carrello 2 della nona vettura. Un mese dopo, i marescialli Guido De Claris e Giuseppe Ciliberti, del commissariato di polizia presso la direzione compartimentale delle ferrovie dello Stato, in un rapporto al procuratore della repubblica di Palmi, aggiungono " è del tutto da escludere che il disastro ferroviario abbia avuto origine dolosa". Nessuno dei presenti in attesa alla stazione di Gioia Tauro o a bordo del treno, personale viaggiante compreso – dicono a sostegno della propria teoria - testimoniò, infatti, di aver udito alcun boato.

Interpretazione ribadita in un secondo rapporto del 9 settembre 1971 in cui si sostiene "se non vi fu detonazione non poté esservi attentato dinamitardo". Si punta il dito contro i macchinisti, accusati di aver "illegittimamente disposto la cessazione del rallentamento a 60 chilometri orari per tutti i treni della tratta Palmi-Goia Tauro, interessati da giugno da lavori di livellamento e allineamento delle rotaie". Una posizione in palese contrasto con le conclusioni del collegio peritale, nominato dal sostituto procuratore della repubblica di Palmi, Paolo Scopelliti che ipotizza un'origine dolosa sulla base dell'avaria riscontrata su una rotaia, che presentava la parziale asportazione della suola interna per circa 180 centimetri. Nonostante i tentativi di sviare le indagini, si dimostra dunque che la causa più probabile del deragliamento è stato lo scoppio di un ordigno, del tutto simile a quello usato in altri tre attentati avvenuti successivamente, il 22 e il 27 settembre, sulla linea Rosario-Gioia Tauro-Villa San Giovanni, ed il 10 ottobre sul tratto Catania-Messina.

Sulla base del rapporto di polizia, la Procura della repubblica di Palmi decide comunque di promuovere un procedimento penale nei confronti di quattro dipendenti delle ferrovie dello Stato, accusati di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Ma per il gip che esaminerà quelle carte non c'è motivo di procedere: gli imputati non hanno commesso il fatto. Il caso viene archiviato senza colpevoli. L'ipotesi dell'attentato dinamitardo rimane confinata "nel limbo delle congetture", non meritevole della riapertura del caso.
La verità emerge solo ventitré anni dopo. Ancora una volta è Lauro a fare luce sulle pagine oscure della storia della Calabria. Nel '93 il pentito conferma che a provocare la strage di Gioia è stato un ordigno. A far saltare i binari con l'esplosivo che proprio il boss – confesserà in seguito – aveva procurato sono stati tre uomini mandati dal Comitato d'Azione per Reggio capoluogo. I dettagli su come l'operazione di sarebbe poi svolta – racconterà Lauro ai pm che lo interrogano – gli sono erano stati forniti da uno dei tre attentatori, Vito Silverini, una vecchia conoscenza di Lauro che con lui aveva diviso cantiere, tavola, crimine e carcere.

"Ho conosciuto Vito Silverini negli anni 1969–70 perché era venuto a chiedere lavoro presso l'impresa Lauro che all'epoca gestiva servizi di pompe funebri, ambulanze e fiori (...) Durante i moti di Reggio era stato arrestato per aver partecipato attivamente alla rivolta e rimase in carcere per circa tre o quattro mesi. Silverini è un fascista di provata fede anche se era analfabeta. Dopo essere uscito dal carcere lavorò presso la mia impresa come operaio generico e mangiava a casa mia quasi tutti i giorni perché viveva da solo. In quel periodo frequentava il Comitato d'azione per Reggio capoluogo e quindi frequentava tutti gli esponenti del gruppo tra cui Renato Meduri, Natino Aloi, Angelo Calafiore, Ciccio Franco e altri".

Lauro – si legge nell'interrogatorio rilasciato in quei convulsi primi anni '90 - si ritrova con Silverini in carcere: "Un giorno gli chiesi se avesse problemi economici e lui mi rispose che aveva un piccolo gruzzolo da parte, frutto di alcuni "lavori" che aveva eseguito in passato. In particolare per aver messo una bomba sui binari lungo la tratta Bagnara–Gioia Tauro che provocò il deragliamento di un treno che proveniva dalla Sicilia e la morte di sette–otto persone (...) Io ricavai l'impressione che a dare materialmente i soldi a Silverini fosse stato Renato Meduri con il quale, sia prima che dopo questo episodio, manteneva rapporti strettissimi"
A convincere i magistrati che Lauro sappia perfettamente di cosa stia parlando, l'estrema dovizia di particolari con cui il pentito è in grado di descrivere l'esecuzione: "Silverini mi raccontò che aveva portato la bomba insieme a Vincenzo Caracciolo sulla moto Ape di quest'ultimo e che lui stesso aveva confezionato l'ordigno, composto da candelotti di dinamite con accensione a mezzo miccia. Silverini era pratico della preparazione di ordigni esplosivi perché, come lui stesso mi aveva detto, aveva fatto il militare presso il Genio a Bolzano. Mi disse che si era nascosto nei pressi del luogo ove aveva collocato la bomba per vedere gli effetti della stessa e di aver visto il Questore Santillo, giunto poi sul luogo, che gridava infuriato. Mi disse ancora che la bomba aveva provocato la distruzione di circa settanta metri di binari e che l'incarico gli era stato conferito dal Comitato d'azione".
Qualche mese dopo, l'11 novembre del 1994, Giacomo Lauro – uomo di peso delle ndrine in città - confesserà anche il suo ruolo in quella storia: è stato lui – racconta - a consegnare l'esplosivo a Vito Silverini, Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, dietro il compenso di alcuni milioni di lire provenienti dal "Comitato d'azione per Reggio capoluogo". Affermazioni che trovano conferma nella testimonianza di Carmine Dominici, un esponente di punta, fra il 1967 ed il 1976, della struttura illegale di Avanguardia nazionale a Reggio Calabria e uomo di fiducia del marchese Felice Genoese Zerbi.
Giacomo Lauro indica, e Dominici conferma, che gli ispiratori della strage erano da cercare negli ambienti di Avanguardia nazionale e del "Comitato d'azione per Reggio capoluogo". Accusa Renato Marino, Carmine Dominici, Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giovanni Moro, di essere stati "il braccio armato che metteva le bombe e faceva azioni di guerriglia" per conto del "Comitato", diretto da Ciccio Franco, consigliere comunale missino e sindacalista Cisnal dei ferrovieri, divenuto rapidamente la figura più rappresentativa della rivolta, insieme all'ex senatore Renato Meduri, al professor Angelo Calafiore, all'avvocato Paolo Romeo, all'epoca in Avanguardia nazionale poi eletto deputato nel Psdi, a Benito Sembianza e al marcheser nero Felice Genoese Zerbi. Tra i finanziatori indicò il "commendatore Mauro", "quello del caffè", e l'imprenditore "Amedeo Matacena", "quello dei traghetti". "Davano i soldi" – testimoniò – "per le azioni criminali, per la ricerca delle armi e dell'esplosivo". Il numero degli attentati fu impressionante, da non trovare precedenti nell'Italia del dopoguerra. Agli atti del Ministero degli interni, tra il 20 luglio 1970 e il 21 ottobre 1972, risultarono alla fine quarantaquattro gravi episodi dinamitardi, di cui ben ventiquattro a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie.

Ed è all'ombra di molti di questi personaggi che nel 1978, a rivolta più che conclusa, viene gestita la latitanza del terrorista nero Franco Freda, a conferma di una struttura che a distanza di anni continua a funzionare. Avvocato, editore e ideologo evoliano, Franco Freda , dopo una discreta gavetta nel Msi, si converte nel capo carismatico del gruppo padovano dell'organizzazione di destra eversiva Ordine Nuovo. All'epoca dichiarava di dedicarsi all'"educazione delle anime", ma organizzava attentati; invocava la totale disintegrazione del sistema, ma intratteneva torbidi rapporti con uomini dei servizi. Condannato in via definitiva a 15 anni per associazione sovversiva e ricostituzione del partito fascista, è lui uno dei responsabili dell'attentato di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Ma non per la giustizia italiana. Assolto per insufficienza di prove con sentenza passata in giudicato, dopo una condanna all'ergastolo rimediata in primo grado, non è più processabile per lo stesso reato. Ed è proprio quel processo a condurlo in Calabria. Le udienze – per questione di ordine pubblico – si celebrano a Catanzaro. A far fuggire Freda nel '78 e accompagnarlo a Reggio, secondo gli inquirenti, sarebbero stati due massoni legati ai servizi segreti: un ufficiale medico del Sismi, figlio di un amico del generale De Lorenzo, e un dipendente del museo di Santa Croce di Gerusalemme. Ma a gestirne la latitanza fu la ndrangheta. Per incarico dei De Stefano, Paolo Martino, cugino prediletto di Paolo De Stefano, oggi curatore degli affari della ndrangheta al Nord e protagonista occulto di tutte le ultime grandi inchieste, prese in carico il terrorista. A parlarne in dettaglio è uno dei primi pentiti di ndrangheta, Filippo Barreca che ai magistrati racconta: "un giorno giunse al distributore di benzina in compagnia di altra persona che mi presentò come Franco Freda. Lui veniva a nome di Paolo De Stefano e mi disse di tenere presso di me il latitante per un ventina di giorni, sino al momento in cui non fosse stato possibile trasferirlo all'estero. Durante il periodo in cui Freda fu nella mia abitazione, venne a trovarlo l'avvocato Giorgio De Stefano e l'avvocato Paolo Romeo. Sapevo da varie fonti che l'avvocato Romeo era massone e apparteneva a Gladio. Egli inoltre era collegato con i servizi segreti, ma non so dire in che modo". Il superlatitante sarebbe stato ospitato da più 'ndranghetisti prima di spostarsi a Ventimiglia, tappa di avvicinamento alla Francia, da dove avrebbe preso il volo per il Costarica. Ma prima di partire per il centro ligure, dove sarebbe stato ospite di un calabrese già segnalato in un vecchio rapporto della Finanza per i contatti con Freda e accusato da Barreca di essere al tempo stesso 'ndranghetista e massone, il capo del gruppo padovano di Ordine Nuovo si sente in dovere si scrivere una lettera di ringraziamento ai componenti del clan De Stefano per l'appoggio ricevuto. Una lettera che finirà agli atti del maxiprocesso Olimpia, insieme alle confessioni di Barreca, un vero atto d'accusa non solo nei confronti della ndrangheta di cui è esponente di alto rango, ma anche della classe dirigente reggina.

Sul motivo per cui i De Stefano tanto si spesero per coprire la latitanza di Freda, è ancora una volta Lauro a fare luce. "Tutto avvenne – ha raccontato Lauro – in coincidenza con l'arrivo a Reggio dell'estremista di de-stra Franco Freda. Gli organizzatori della loggia furono lui e Romeo. Un'altra loggia con le stesse caratteristiche era stata costituita nello stesso periodo a Catania. L'obiettivo era comune: un progetto eversivo di carattere nazionale che doveva essere la prosecuzione di quello iniziato negli anni Settanta con i moti per Reggio capoluogo. Anche quello prendeva le mosse dalla stessa città e avrebbe dovuto investire tutta Italia". Qualche mese dopo, nell'autunno 1979, con ambizioni simili sbarca in Sicilia Michele Sindona. Alla loggia reggina avrebbero aderito i capi della 'ndrangheta - i De Stefano, Peppino Piromalli, Antonio Nirta - estremisti di destra – Paolo Romeo, Giovanni Criseo, poi ucciso, Benito Sembianza, Felice Genoese Zerbi - e altri personaggi come l'ingegnere D'Agostino, un massone coperto munito di nullaosta di sicurezza. Una circostanza mai provata a livello giudiziario, ma che getta nuove ombre sulla storia e sulla classe dirigente reggina. Anche perché Giacomo Ubaldo Lauro è un uomo che sa. Gli atti di Olimpia lo definiscono "personaggio ben noto agli organi inquirenti per la sua elevata caratura criminale e per il ruolo di "consigliori" ricoperto nell'ambito dello schieramento mafioso capeggiato dal gruppo Imerti-Condello". Per i magistrati, la sua è una voce autorevole e affidabile. Le sue testimonianze, da quando ha deciso di iniziare a collaborare, sono diventate fondamentali in più di un processo in cui viene chiamato in causa il connubio fra ndrangheta, eversione nera e servizi. Anche lontano dalla Calabria. Anche a Brescia, ancora ferita dalla strage di Piazza della Loggia dove anche le ndrine calabresi avrebbero avuto un ruolo. L'esplosivo necessario per fabbricare la bomba, nascosta in un cestino portarifiuti, e fatta esplodere il 28 maggio 1974 mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista, indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista a Brescia, veniva dalla Calabria. A procurarlo, secondo Lauro, sarebba stato Fefè Zerbi, nobilmonarchico, capo di Avanguardia nazionale in Calabria.

"Ne avevano a chili di esplosivo" racconta Lauro, ascoltato in udienza nell'ambito del processo su quella strage "l'avevano preso da una nave affondata al largo delle coste calabresi. Era tritolo. In tutti gli attentati è stato usato il tritolo, l'unico esplosivo che si può bruciare anche senza innesco". Certezze che Lauro dice di avere dopo le rivelazioni e le confidenze di Filippo Barreca e di Giuseppe Vernace che avrebbero dato ospitalità a Franco Freda, fuggito durante il processo a Catanzaro e rifugiatosi sullo stretto. "Io non ho mai conosciuto Freda – ha detto Lauro in aula – ma ho parlato con chi l'aveva tenuto e è riuscito a liberarsene dopo avergli procurato un passaporto per inviarlo in Costa Rica. E posso assicurarle che Freda sulla strage di piazza della Loggia ne sapeva più di me e di lei" ha detto Lauro rivolgendosi al pubblico ministero Roberto Di Martino e rincarando "e non era l'unico a sapere tutto, a cominciare da Gianadelio Maletti (ex numero due del Sid e dall'81 rifugiato in Sud Africa) fino al capitano Antonio Labruna". Ancora una volta a fare da collante fra ndrangheta ed eversione nera, per Lauro è un uomo dello Stato: l'ex generale dei carabinieri Francesco Delfino. È lui uno dei cinque imputati chiamati in quel processo a rispondere di strage in concorso. Nativo di Platì, Delfino all'epoca della strage era comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia. "Lo sanno tutti che Delfino era nei servizi segreti – ha precisato Lauro - era un reclutatore". All'ex investigatore – racconta Lauro - sarebbe toccato il compito di "tenersi a disposizione" ed intervenire immediatamente in caso di possibili disguidi. Nulla – a detta del collaboratore – doveva inficiare l'obiettivo finale: preparare l'ambiente favorevole un colpo di Stato.

È difficile giudicare quanto di vero ci sia nelle parole del collaboratore di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro. Eppure è anche difficile non notare come circostanze, nomi, personaggi tuttora sulla breccia della politica reggina, si presentino regolarmente all'appello dei misteri di Calabria. Allo stesso modo è difficile pensare che sia stato solo uno sfortunato incidente a fermare chi aveva intuito la genesi di queste trame, prima che il legame fra ndrangheta, eversione e servizi deviati divenisse organico. Sono passati alla storia come i cinque anarchici del Sud, ma in fondo Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, Annalise Borth erano solo cinque ragazzi probabilmente spaventati – e a ragione – da quello che avevano scoperto. Erano partiti da Reggio Calabria con destinazione Roma la sera del 26 settembre del 1970. Il pomeriggio successivo era in programma la manifestazione contro Nixon, ma loro avrebbero anche dovuto recapitare un dossier scottante all'avvocato anarchico Edoardo De Giovanni. Erano un gruppo attivo in città, avevano dato vita ad un centro sociale, la Baracca e tenevano aggiornata una lista di estremisti in contatto con la dittatura dei colonnelli greci. Ecco perché certi volti, a Reggio Calabria, non potevano non insospettirli. E li avevano fotografati. Prima di partire avevano avvisato la Federazione anarchica: c'erano documenti compromettenti. Avevano scoperto che la strage di Gioia Tauro, come dirà vent'anni dopo Lauro, era una strage dell'eversione, portata a termine col supporto della 'ndrangheta. Avevano le prove, ma non sono mai arrivati a Roma: un sospetto incidente li ha fermati per sempre a Ferentino. Un camion ha improvvisamente tagliato la strada alla Mini Minor sulla quale viaggiavano i cinque ragazzi. La manovra nella sua dinamica non ha alcuna logica spiegazione. I quattro ragazzi muoiono tutti sul colpo, Annalise "Muki" Borth smetterà di combattere in un ospedale romano dopo venti giorni di coma profondo. Le indagini vengono prontamente insabbiate per poi essere archiviate nella comoda casella della tragica fatalità. Ma troppi sono gli elementi che fanno pensare che quello non sia stato solo un incidente. La dinamica certo, ma soprattutto un dato: il camion è guidato da due dipendenti del principe nero Junio Valerio Borghese, il fascista al centro di tutte le trame nere di quegli anni.

Potrebbe sembrare assurdo o curioso che Reggio Calabria, città confinata all'estremità sud dello Stivale si riveli – trenta, quarant'anni più tardi - un crocevia fondamentale della strategia della tensione in cui tutti – ndrine, destre, massoneria, servizi – hanno giocato il proprio ruolo deteriore. Eppure, ricorda Fabio Cuzzola "non dobbiamo dimenticare che in Italia i tentativi di colpo di stato sono stati parecchi: quello del dicembre 70, il piano Solo, la Rosa dei venti. Ce ne sono stati tanti sventati all'ultimo minuto, ma ricordiamoci anche che in Italia fino al crollo del muro di Berlino abbiamo avuto una struttura come Gladio, parallela all'organizzazione dello stato Italiano, con i suoi militari, i suoi servizi segreti, un suo esercito parallelo che in caso di vittoria dei comunisti avrebbe dovuto reagire in collaborazione con il patto Atlantico. L'Italia è stata un laboratorio e anche il Sud in questo ha un suo protagonismo. Negli atti della commissione stragi Reggio viene liquidata in poche righe fino a quando Salvini, il giudice che riapre l'inchiesta su piazza Fontana non scopre - prima con le indagini sull'attentato al Treno del Sole, poi indagando sulla misteriosa morte dei cinque anarchici a Ferrentino, poi portando alla luce le infiltrazioni che ci sono statenella rivolta di Reggio – che il Polo sud della strategia della tensione era a Reggio Calabria".
La speranza appartiene ai figli.
Noi adulti abbiamo già sperato e quasi sempre perso.
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