su delocalizzazione rom...

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mohammed
Forumino Malatissimo
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Iscritto il: 11/05/2011, 15:05

Rom e Reggini, in città cresce la convivenza più civile

Il rilievo che abbiamo dato sullo scorso numero all’esperienza del Dado di Torino ha avuto l’effetto sperato: che, cioè, si avvertisse l’importanza del problema.

Il presidente dell’Opera Nomadi, che scrive questo pezzo, ci tiene in particolare a ricordare il grande lavoro fatto a Reggio per inserire i nomadi in un contesto di convivenza normale con gli altri cittadini.
I frutti si vedono, anche se a volte resistono fasce ed episodi di razzismo, che vanno senza mezzi termini condannati.
Nella nostra città i rom sono conosciuti solo per la realtà negativa dei ghetti di Arghillà e di Modena, tuttavia esiste anche un’altra realtà, quella positiva.
Oggi il 35% delle famiglie rom reggine vive equamente dislocato sull’intero territorio della città, coabitando civilmente nei condomini insieme ad altri cittadini. E’ vero che ad Arghillà, per volontà politica, si è sviluppato un grande ghetto che concentra centodieci (110) famiglie rom, ma è altrettanto vero che quasi lo stesso numero di famiglie, centodue (102), vive ben inserito nel tessuto della città, dislocato equamente in circa 80 condomini diversi che si trovano distribuiti nei quartieri di Gallico Archi, San Brunello, via Enotria, Via Cava, Condera, Rione Marconi, Viale Europa, Sbarre, Gebbione, Ravagnese e Pellaro.

Questo modello di convivenza civile è stato attuato grazie agli stessi cittadini rom che, da decenni, chiedono di vivere dislocati rifiutando il concentramento nei ghetti. La loro istanza ha permesso all’Opera Nomadi di costruire con le Amministrazioni comunali un programma abitativo di equa dislocazione che, pur tra mille difficoltà, ha portato a questi esiti positivi.
Il percorso è stato avviato nel 1993 con la prima amministrazione Falcomatà e continua tuttora per portare alla dislocazione delle famiglie ancora ghettizzate. Dopo le iniziali difficoltà politiche, che il sindaco Falcomatà ha dovuto affrontare per abbracciare un modello abitativo “rivoluzionario” (sia rispetto alla concezione dei villaggi etnici per i rom, ma anche rispetto al modello più generale delle case popolari costruite per quartieri-ghetto), la lungimiranza del grande sindaco ha consentito che la proposta venisse approvata, il 5 agosto 1999, dal Consiglio comunale, diventando un programma sociale del Comune. A partire da questa delibera, Falcomatà ha cominciato a dislocare le prime famiglie e così , negli anni successivi, sulla strada da lui tracciata ha continuato il sindaco Scopelliti. Ma pur avendo accettato l’equa dislocazione dei rom, impedendo che si costruissero villaggi etnici, come invece è avvenuto altrove, (Cosenza 2002, Roma, ecc..), i due sindaci, non sono riusciti a superare il modello tradizionale dell’housing sociale “per quartieri-ghetti”.

Pertanto nell’ultimo decennio il comune di Reggio Calabria ha realizzato due azioni parallele e contrapposte: da una parte l’equa dislocazione di 102 famiglie, e dall’altra l’assegnazione di alloggi popolari concentrati ad Arghillà, azione che ha generato un grande ghetto. E’ così che la sistemazione abitativa delle famiglie del “208”, è avvenuta concentrando una parte dei nuclei ad Arghillà, mentre l’ altra parte è stata effettivamente dislocata insieme ad altre famiglie rom. L'operazione dell'equa dislocazione è stata realizzata affrontando l’opposizione costante di politici di ogni schieramento e dei vicini di casa. L’inserimento di una famiglia rom in un dato condominio, nella sua fase iniziale, è stato, sempre, accompagnato dall’opposizione dei vicini. Questi cittadini, hanno protestato apertamente dichiarando di “non essere razzisti” ma di “avere il diritto di non avere un rom come vicino di casa” perché, a loro parere, l’inclusione sociale può avvenire “solo per omogeneità culturale e quindi non può avvenire con i rom”.
Una volta avvenuto l’insediamento della famiglia nell’alloggio individuato, la gran parte di queste persone, avendo l’opportunità di un contatto diretto, hanno scoperto che i rom sono persone come loro e, soprattutto, che è possibile conviverci assieme nello stesso condominio.
In questo modo, nella gran parte dei condomini, si sono generati buoni rapporti di vicinato e non si è verificato alcun problema di incompatibilità; i soli problemi esistenti sono quelli ordinari che si registrano in tutti i condomini.
Emblematico è il caso di una famiglia inserita in un complesso edilizio a Ravagnese. Inizialmente, 250 famiglie hanno protestato, rifiutandone l’inserimento, come se si trattasse di “appestati”. Ma dopo averli conosciuti personalmente i vicini li hanno accettati, instaurando un ottimo rapporto di amicizia e dichiarando, perfino, di trovarsi meglio con loro che con la famiglia dei proprietari che abitava prima nel loro alloggio.
I risultati ottenuti in questo percorso abitativo tanto complesso avevano bisogno di una verifica scientifica. Pertanto per misurare in modo oggettivo gli effetti della dislocazione l’Opera Nomadi , nel 2009, ha realizzato con il Dottore Petronio della Fondazione Zancan e con la sociologa prof.ssa Cammarota dell’Università di Messina una ricerca scientifica (pubblicata nel testo: AAVV, I rom e l’abitare interculturale, FrancoAngeli, 2009) con la quale è stato misurato il livello di inclusione sociale raggiunto dalle famiglie dislocate, rapportandolo con quello delle famiglie ancora ghettizzate.
Dai risultati ottenuti si è potuto constatare che le famiglie dislocate avevano raggiunto un livello di inclusione sociale superiore rispetto a quello delle famiglie ancora ghettizzate.
In particolare si è potuto verificare che nelle famiglie dislocate era più alto il tasso di occupazione, il livello del reddito, ed il livello di istruzione e che i rapporti con gli altri cittadini erano migliori. I risultati della ricerca sono stati confermati negli anni successivi. Nelle famiglie dislocate un gruppo di giovani ha raggiunto il diploma di scuola superiore, il livello occupazionale e quello della formazione hanno ottenuto un discreto miglioramento. I rapporti con i vicini sono migliorati tanto da registrare casi di aiuto reciproco e di impegno comune all’interno del condominio. Questi dati fanno capire che l’inserimento abitativo ha restituito dignità a queste famiglie riscattandole dalla vita di degrado del ghetto.
L’equa dislocazione non ha fatto scomparire i problemi sociali dei rom , ma , ha permesso l’avvio concreto del processo di inclusione sociale indispensabile per l’esigibilità dei diritti e per il rispetto dei doveri . Questo processo, negli ultimi 50 anni era stato negato dall’emarginazione abitativa.
La lezione della dislocazione, che ci viene dai rom, indica la strada da seguire per eliminare i ghetti di Arghillà e di Modena, ma soprattutto per trasformare la vecchia politica ghettizzante dell’housing sociale in una politica di autentica accoglienza dell’”altro” e di costruzione di territori inclusivi.


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Allah è grande, Gheddafi è il suo profeta!
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