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Dissesto, come funziona? Paese che vai, usanza che trovi...
Giovedì 03 Gennaio 2013 09:11
di Claudio Labate - Paese che vai usanze che trovi. Mai proverbio si è adattato meglio alla situazione attuale della giustizia contabile italiana. Che, in presenza di decine e decine di Comuni ormai sull’orlo del baratro dal punto di vista dei conti pubblici, a ben vedere, cambia approccio al problema, intimando, condannando o addirittura mostrando comprensione. Certo, Reggio Calabria è riuscita a ritagliarsi, suo malgrado, un ruolo da protagonista in questa vicenda, dovendo ora aspettare che la sezioni Unite della Corte dei Conti si pronunci sul delicato quesito che fa rimanere ancora per qualche tempo in ansia i reggini, che ormai da almeno un paio d’anni guardano alle delibere della Sezione regionale di controllo della Corte con grande interesse. Con un unico risultato, quello di non vedere mai la fine di un processo annunciato. Non foss’altro che per il fatto che sulle vicende reggine sono intervenuti diversi attori. Gli ispettori del Mef, la Procura della Repubblica e ancora la Corte dei Conti. E quando alla fine dell’anno tutti pensavano che potesse giungere una decisione che togliesse dal limbo dell’incertezza la città della Fata Morgana, ecco che la palla ripassa ai livelli superiori della Corte, con una richiesta di delucidazioni che è ovviamente destinata a fare giurisprudenza.
Nell’intera vicenda dei conti pubblici italiani, c’è poi il ruolo giocato dal Governo che per evitare il tracollo di grandi città in pessime condizioni di liquidità (il default delle metropoli italiane sarebbe stato ovviamente n pessimo biglietto da visita per il nuovo corso dello spread…) si è inventato il decreto “Salva enti” che da una parte vorrebbe mantenere in piedi quei Comuni con consistenti aiuti finanziari (che altro non sono che prestiti restituibili in dieci anni) e dall’altra aumenta i controlli interni ed esterni alla finanza degli enti pubblici territoriali, ritagliando un ruolo di assoluto protagonismo alla Corte dei conti.
Nel frattempo però abbiamo assistito, se vogliamo, al diverso dispiegarsi di vicende apparentemente uguali tra loro. Prendiamo ad esempio due realtà finite sulla bocca di tutti proprio in relazione al “Salva enti”: Alessandria e Napoli.
Nel caso di Alessandria, resisi conto che non c’era la possibilità di accedere al fondo di rotazione voluto dal Governo si è assistito ad una sorta di collaborazione tra l’attuale sindaco e la Corte dei Conti. In un carteggio che prende le mosse da novembre 2011 e che nel giro di poco più di sette mesi ha portato alla dichiarazione di dissesto con la deliberazione dei giudici contabili di giugno 2012. Come si legge nelle conclusioni della sezione regionale di controllo per la Regione Piemonte vengono condannati: “il perdurante inadempimento del Comune di Alessandria nell’adozione di misure correttive idonee a effettivamente risanare la propria situazione finanziaria, gravemente deficitaria e in tal modo invertire la tendenza al suo progressivo deterioramento” e da qui “la sussistenza delle condizioni previste dall'articolo 244 del Tuel per la dichiarazione dello stato di dissesto finanziario”. Una formula molto conosciuta a queste latitudini.
La situazione delle casse della cittadina piemontese non è poi diversa da quella di altre realtà. Il rendiconto 2011 parla di un debito a breve termine pari a 46 milioni di euro suddivisi in 27 milioni di debiti fuori bilancio (calcolati dal 2006 fino a oggi) quasi tutti relativi alle partecipate comunali, più 19 milioni di disavanzo di amministrazione. Insomma, insieme ad altri debiti, quasi 200 milioni di euro. La conseguenza immediata è stata nei primi quindici giorni di luglio la dichiarazione di dissesto ad opera del Consiglio comunale e il successivo rinvio a giudizio per l’ex sindaco, l’ex assessore al ramo e l’ex ragioniere capo accusati di falso in bilancio, abuso d’ufficio e truffa ai danni dello Stato. Insomma, l’amministrazione comunale entrante pur facendo la sua parte, offrendo le proprie misure correttive, alla fine ha dovuto arrendersi (pur collaborando per ‘’provocare’’ il dissesto) alla pronuncia (quella definitiva) della Corte dei conti che ha individuato gli estremi per la dichiarazione di default.
Per quanto riguarda Napoli, invece, la città di Pulcinella governata da De Magistris ha provato a fare la voce grossa a Roma col Governo, bocciando in prima battuta il dl “Salva Enti”, dal quale, però, anche dopo la relazione dei Revisori dei conti che auspicavano con forza il ricorso al fondo di rotazione pena il crack finanziario, ha ottenuto una considerevole mano di aiuto al momento della sua approvazione (circa 290 milioni, e cioè 300 euro per abitane). Poi, attraverso quella che è stata definita “operazione pulizia” ha fatto luce sui tragici numeri del Bilancio: ammontano infatti a più di 850 milioni di euro i debiti riferiti al 2011, frutto della cancellazione dai conti, delle entrate accertate negli anni scorsi, ma giudicate ormai impossibili da riscuotere. Così, nella seduta consiliare del 30 novembre scorso, l’amministrazione campana ha dichiarato il pre dissesto, condizione indispensabile per aderire al tanto fin qui vituperato Fondo di rotazione. Nel frattempo la Corte dei Conti, in occasione delle celebrazioni per il 150° dell’Unità di metà dicembre, passando ai raggi x i conti degli enti pubblici campani, con il Procuratore Tommaso Cuttone, ha dato una propria chiave di lettura: “Non possiamo naturalmente rimanere inerti davanti agli illeciti e interveniamo, magari anche nostro malgrado, quando il mancato rispetto della legge viene dalla volontà di garantire i servizi. […] Gli ultimi governi hanno tentato di risanare la spesa pubblica ma restringendo le risorse degli enti locali, che devono garantire servizi con risorse scarse. Non sempre riescono a fare bene con le effettive disponibilità e incontriamo sempre più spesso situazioni di illegittimità che dobbiamo censurare ma che, ci rendiamo conto non derivano dal voler far male”.
Insomma, verrebbe da dire, delle due l’una: o gli illeciti in quanto tali vanno puniti per l’uso a volte troppo disinvolto degli strumenti del Bilancio, o vale un approccio per così dire più soft al problema, quasi giustificativo dei debiti accumulati dagli enti, e attendista nella dichiarazione finale.
Il caso di Alessandria, insomma, si mostra quasi da manuale, con l’interlocuzione tra amministratori e giudici che porta al dissesto. Quello di Napoli evidenzia una Procura regionale attendista e in qualche modo giustificatrice delle crisi finanziarie. A Reggio infine, la Corte non decide. O meglio dice che il dissesto è in atto da tempo, che i conti non sono veritieri, che va applicata la procedura di dissesto per colpire anche i responsabili, ma rimanda tutto a data da destinarsi, con la richiesta alle sezioni unite su come debba comportarsi in presenza delle nuove normative “salva enti”.
D’altra parte, l’unico denominatore comune della quasi totalità delle situazioni di dissesto in giro per l’Italia è che i buchi non si formano da oggi a domani, ma sono frutto di operazioni contabili datate (3 – 4 anni, anche 5). Dunque, se gli amministratori sono i “colpevoli” dei buchi per inesperienza, inadeguatezza, o “solo” per consapevole truffa ai danni dei cittadini o dello Stato, ci si chiede come sia possibile che le Sezioni regionali di controllo della Corte dei Conti non si siano accorte nel corso degli anni di una tale massa di illeciti.