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LA PELLE DELL'ORSO

Notizie dal mondo e dalla città: curiosità, fatti, cronaca...

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Re: LA PELLE DELL'ORSO

Messaggioda reggino » 05/06/2011, 17:12

Se si considera questo governo,come il governo che ha fatto una dura lotta all'evasione fiscale,nonostante genialate come:scudo fiscale,condono per i mini abusi,sanatoria degli immobili fantasma,sconti fiscali su abusi edilizi,e condoni edilizi a Napoli,non oso immaginare cosa dovremmo dire del governo precedente.Per me questo è un governo criminale,ed è assurdo equipararlo al governo Prodi,soprattutto temi come la lotta all'evasione fiscale,i cui successi erano sotto gli occhi di tutti(addirittura Tremonti ha copiato qualche misura del tanto vitupirato Visco,come la tracciabilità sui pagamenti).Io non sono un fan del recente Ulivo,ma a partire dall'economia per finire alla famiglia,era diecimila volta meglio rispetto al governo attuale.
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Re: LA PELLE DELL'ORSO

Messaggioda reggino » 06/06/2011, 11:50

Le uscite di D’Alema non sono mai casuali
Giustamente Luca Telese segnala su Il Fatto e in questo blog la sconcertante/sconfortante intervista concessa da Massimo D’Alema venerdì scorso al proprio giornalista di fiducia, il vice direttore de La Repubblica Massimo Giannini; il cui titolo è tutto un programma: “Via Berlusconi e faremo la nostra parte per un nuovo governo di fine legislatura”.

Secondo il nostro opinionista, l’ennesima riprova del pernicioso “richiamo della foresta inciucista”.

Certamente nell’affannato gestore di una disastrosa Bicamerale di un tre lustri fa la coazione a ripetere raggiunge livelli ormai patologici. Rivelata non a caso da una mimica facciale in cui il disgusto cancella ogni pur vaga traccia di umana simpatia; quasi una sorta di estraniazione supponente dalla domanda democratica “basica” e le sue ingenue maldestraggini presunte (almeno per una mente tanto “sottile”; quale quella di chi salvò Silvio Berlusconi, considerato interlocutore facilmente “giocabile” da un professional astutissimo. Difatti…).

Ma forse tale esternazione ci dice qualcosa di più e di ancora più grave. Ad esempio che la struttura portante del Partito Democratico, in cui la furbizia tattica annichilisce sistematicamente l’intelligenza strategica (e la correlata generosità politica), recalcitra ad assumersi direttamente la responsabilità delle scelte incombenti: in primo luogo la manovra di riallineamento dei conti economici dello Stato. Molto meglio – dunque, almeno secondo i furbissimi – lasciare la patata bollente nelle mani dell’attuale compagine, magari con un cambio di cavallo al vertice a cui offrire i necessari supporti in termini di voto parlamentare.

Che questo comporti – di fatto – il traghettamento dal berlusconismo con Berlusconi a un berlusconismo senza Berlusconi neppure sfiora le meningi del Lider Maximo che arzigogola tale tesi e dei suoi deferenti supporter. Ossia l’idea che con i ballottaggi ha preso avvio una possibile fase di liberazione, con fuoriuscita da vent’anni deprimenti, a cui i prossimi referendum potrebbero imprimere un’ulteriore accelerazione.

Oppure – come è più plausibile – il succitato Lider Maximo ne è pienamente consapevole e si attiva per vanificarne gli effetti.

Allora la mossa di D’Alema va interpretata come l’offerta di una tregua per consentire alla maggioranza (ormai certificata minoranza presso la pubblica opinione) di prendere fiato, riassestarsi e riassorbire le spinte centrifughe. Ma una tregua che viene considerata anche a favore della propria parte.

Infatti troppe volte leggiamo le posizioni di D’Alema più per le apparenze che non per il loro significato intrinseco; a chi realmente si indirizzano. Perché il destinatario “vero” non siamo noi, frequentatori di questo blog e sostenitori di una drastica rottura con le prassi e i valori della sedicente Seconda Repubblica, sono le strutture interne del Partito Democratico di matrice piccista. Il popolo di cui D’Alema è riferimento e primo protettore in materia di status da nomenklatura e relativo reddito.

Un gruppo sociale che sul fronte dell’opposizione presidia il mantenimento di assetti che – tutto sommato – gli assicurano la sopravvivenza e (non di rado) il prestigio. Comunque una modesta quota di potere. Sicché – in cambio – garantisce al proprio sponsor il peso di cui continua a godere quale supremo manovratore interno (e i tempi a venire diranno se Pier Luigi Bersani si è scrollato di dosso questa pesante tutela).

Quindi risulta evidente che un effettivo cambiamento non può prescindere dalla necessità di trascinare, suo malgrado, anche questo pezzo di ceto politico su posizioni di discontinuità rispetto al passato.

Come per una felice combinazione astrale si è verificato in questi giorni a Napoli, Milano e Cagliari. Dove tutto ciò dipende soprattutto da tre ragioni:


Candidature che hanno rifiutato ogni logica collusiva;
L’individuazione di poche parole d’ordine comprensibili e mobilitanti (e non la vieta retorica dei “programmi” chilometrici e onnicomprensivi, opera di qualche team di comunicatori professionali);
L’adozione di un nuovo lessico pubblico capace di evitare le trappole della neolingua mistificatoria vigente (“i moderati” che nessuno sa chi sono: quelli che amano le mezze misure? I “riformisti”, ossia quanti propugnano un metodo privo di connotazioni – il riformismo – che può tradursi in qualsivoglia scelta, come pure nel suo contrario. E così via).
Tirando a concludere: questi ultimi giorni ci hanno regalato una boccata di aria fresca che induce alla speranza. La prossima settimana riceveremo probabilmente ulteriori conforti. Ma tutte queste belle notizie restano sotto minaccia se non si affronta il problema del quadro generale, del governo. Che deve fornire una cornice favorevole perché le pianticelle spuntate in alcune città possano irrobustirsi e crescere. E, con loro, rifiorisca la vita civile nell’Italia intera.

Ciò significa affrontare il tema del “dopo”. Dunque trovare il coraggio per affrontare il tema difficilissimo di un New Deal nel Bel Paese che saldi il risanamento con la ripresa dell’accumulazione della ricchezza sociale. Tema che impone una premessa metodologica: l’espulsione immediata di ogni svicolamento nel tatticismo furbesco.


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Re: LA PELLE DELL'ORSO

Messaggioda reggino » 06/06/2011, 11:53

Oltre l'interessante articolo di Pellizzetti consiglio di leggere questo dello splendido Travaglio:

Il cetriolo nano
No, non è un buon momento per Lui. Un comunista sindaco di Milano, un magistrato sindaco di Napoli, il G8 con figuraccia, i referendum alle porte con quell’Annozero micidiale e quel Celentano che è quasi suo coetaneo e sembra suo nipote, ma soprattutto quel Ferrara che non si leva di torno portando una sfiga terrificante, e poi Tremonti che fa la fronda, Bossi che gli dà del “bollito” (senti chi parla), i Responsabili che si ripresentano alla cassa.

Non bastando la politica, ci si mette pure la cronaca. Per esempio il cetriolo che si aggira per l’Europa e da qualche parte dovrà pure infilarsi: ecco, una metafora così sinistra era difficile immaginarla. Se aggiungiamo che le vittime della truffa Aiazzone si mettono d’accordo per recuperare il maltolto con una rapina proletaria, e presto De Benedetti potrebbe fare altrettanto a 22 anni dallo scippo della Mondadori, il presepe è completo.

L’unica consolazione viene da D’Alema, che è sempre un amore. Lui non tradisce mai: appena B. zoppica un pochino, si precipita subito al salvamento. Gli amici si vedono nel momento del bisogno. Lungi dall’invocare le dimissioni del governo, come un banale oppositore qualsiasi, l’amico Max propone su Repubblica un bel governissimo con dentro tutti per fare “le grandi riforme insieme”. Un classico della commedia all’italiana. Ma stavolta l’appello cade in acqua, lo ignora persino Latorre.

Fortuna che c’è il Pompiere della Sera, che per 17 anni ha finto di non vedere e capire, invocando al massimo il ritorno a una mitologica “rivoluzione liberale”, ovviamente mai esistita come il regno di Saturno e l’età dell’oro. L’altro giorno, all’improvviso, tomo tomo cacchio cacchio, Ernesto Galli della Loggia ha scoperto che il Pdl ha un padrone: “È stata l’obbedienza – pronta cieca e assoluta – il veleno che ha ucciso il Pdl. O meglio che, inoculato nel suo corpo fin dall’inizio, fin dall’inizio gli ha impedito di esistere veramente come partito. Bisognava obbedire a B.: dargli sempre ragione, o perlomeno non azzardarsi mai a criticarlo”. Anche perché – rivela l’acuto politologo – “i voti alla fine li portava solo lui: con i suoi soldi, le sue televisioni, il suo carisma” (e quell’accenno alle tv getterà nel più cupo sconforto il povero Pigi Battista, ancora convinto che non portino voti).

Oh bella, ci mancherebbe altro. Con tutti i soldi che ha tirato fuori quel pover’ometto per mantenere la corte dei miracoli e dei miracolati, ci mancherebbe pure che quelli non gli obbediscano. Lo sanno anche in Papuasia che, senza i soldi, le tv, i giornali, Mediolanum, Medusa, le quote in Mediobanca e dunque nel Corriere, il Cainano bollito sarebbe già stato deposto e tradotto nel più vicino cronicario, o penitenziario. È dal dicembre ‘94, quando Bossi rovesciò il primo governo del “mafioso di Arcore”, che ogni due per tre si apre l’appassionante dibattito sulla successione. I cimiteri nazionali sono pieni di suoi “eredi”: da Fazio a Dini, da Casini a Fini, da Montezemolo a Maroni, da Monti a Tremonti.

Ora siamo ad Alfano, la comica finale: l’unico segretario di partito al mondo non eletto da un congresso, ma investito da un padrone. Eppure Angelino viene preso molto sul serio, almeno dal Pompiere. Verderami scrive che “da oggi Alfano non è più sotto la tutela di Berlusconi” (ma certo, come no, e chi l’avrà mai nominato?). Galli della Loggia invita i berluscones ad “alzare la testa, cominciare a disobbedire, provare a esistere politicamente. Le primarie possono essere uno strumento. Altri se ne possono trovare. Ma ciò che oggi è decisivo è una cosa soprattutto: che imparino a disobbedire. Anche ad Alfano, se necessario”. Già ci pare di vederli Cicchitto, Capezzone, Gasparri, Bonaiuti, Bondi, Verdini, Gelmini e naturalmente Alfano che gliele cantano chiare e gli contendono la leadership alle primarie. La rivolta di Spartacus. Poi, si capisce, tutti all’Olgettina dal ragionier Spinelli col cappello in mano.

Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2011
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Re: LA PELLE DELL'ORSO

Messaggioda reggino » 07/06/2011, 11:48

Renzi, il no al referendum demolisce i “rottamatori”. E imbarazza il Pd
Il sindaco di Firenze: "E' il Pd che cambia a seconda del vento, io sono coerente. E non posso chiedere alla mia città 72 milioni di euro. I miei rapporti con quelli della stazione Leopolda? Restano ottimi, anche se io non voglio creare correnti". Ma Civati replica: "Innegabile e ormai insanabile la frattura tra noi e lui"
Non ci pensa nemmeno a tornare indietro, Matteo Renzi. Non gli importa un fico secco se questo vorrà dire uno strappo definitivo tra lui e gli altri rottamatori del Pd con cui guidò la rivolta della stazione Leopolda, a Firenze, con settemila persone che giuravano di non voler più sentir parlare di Bersani, D’Alema e Veltroni. Non gli importa nemmeno di perdere popolarità tra i suoi elettori e di gettare lo scompiglio nel suo partito. E oggi, nonostante le critiche, nel migliore dei casi, le accuse, vedi Grillo, dice no all’acqua pubblica. Se tre giorni fa il voto di Renzi al quesito referendario che riguarda la determinazione della tariffa dell’acqua era un forse, oggi è diventato un no. Con tutto quello che comporta.

“I miei sono tre sì e un no”, dice al fattoquotidiano.it. “Vado a votare, ovvio, ma decido io. L’obiettivo non è raggiungere il quorum? Ci sono. Ma siccome quella che si vuole abrogare è una legge del 2006, governo Prodi, e firmata dal ministro Di Pietro, dovevamo riflettere allora. Come dissi anche io che non ero da un’altra parte, ma nel Pd. Oggi quella legge mi comporterebbe andare a chiedere qualcosa come 72 milioni di euro ai fiorentini, e non posso permettermelo”. Ma sarebbero i gestori privati a chiederlo, in realtà. “In teoria, poi nella pratica sarebbe come dico io, perché la faccia è la mia. Io ho iniziato un lavoro che non posso mandare all’aria e riguarda una cosa molto seria come la depurazione dell’acqua dove a Firenze come nel resto d’Italia siamo indietro di qualche decina d’anni rispetto all’Occidente. Se il Pd cambia idea a seconda del vento che tira non è un problema mio. Io continuo sulla strada della coerenza”.



Coerenza per Renzi, il discolaccio della sinistra, vuol dire continuare a permettere al gestore del servizio idrico di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio stesso.

Un no che non solo lo espone di fronte al partito, per l’ennesima vota, ma lo mette in una situazione di distanza dai suoi (o ex?) rottamatori, quelli che erano con lui due anni fa. “Non è vero”, dice ancora Renzi, “la gente che era alla Leopolda è ancora con me, acqua o non acqua. Io continuo a dire che da sindaco di Firenze non posso permettermi di andare a chiedere ulteriori soldi ai fiorentini”.

In sostanza, meglio continuare a prenderli da dove arrivano i quattrini. Dai fiorentini, appunto. Ma la direzione contraria (più che ostinata) è un marchio fondamentale per l’uomo Renzi. A volte sembra andarsele a cercare, e non si capisce se il suo sia un flirtare con gli elettori moderati, o comunque non del centrosinistra, oppure sia provocazione. “Niente di tutto questo. Io sostengo quello che il Pd sosteneva nel 2006 e Bersani fino a sei mesi fa, sono gli altri che cambiano idea”.

Vabbè, resta il rapporto coi rottamatori. “Rottamatori siamo tutti e nessuno”, dice ancora. “Io non voglio creare una corrente, ma un movimento di pensiero”. Alla Leopolda, però, su quel palco erano in due. Lui e Filippo Civati. “Con Pippo abbiamo avuto divergenze peggiori”.

Civati, raggiunto al telefono, non è che sia così d’accordo. “Renzi fa il Renzi, noi facciamo un altro tipo di lavoro. Io esco proprio adesso da una massacrante direzione del partito, non faccio il sindaco di una grande città. Se voglio cambiare qualcosa nel mio partito devo andare a parlare con Bersani, non ad Arcore da Berlusconi”.

Un liscio e busso, come direbbero in uno dei tanti circoli della Toscana dove si gioca a tressette, briscola e scopa, che non può far bene a Renzi che in questi giorni di missili ne ha ricevuti da tutte le parti, a partire da quell’Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, con il quale il sindaco non può permettersi di non dialogare. “Rossi”, dice ancora Civati, “ha fatto una riflessione attenta e in parte critica. Onesta. Con Renzi oggi come oggi abbiamo ben poco da condividere. Arcore, Fiat e ora i referendum: la situazione, ma lo dico senza nessuna acrimonia, è diventata ingestibile. Sono contento di una cosa, Matteo o non Matteo: io credo che il Pd, su molte delle cose dette alla Leopolda, ci sia venuto dietro. La strada che volevamo era questa”.

Certo è che senza Renzi i “rottamattori”, o cosiddetti tali, hanno perso la visibilità che avevano. Lo strappo tra Civati e Renzi è iniziato mesi fa, non è negabile e nessuno lo nega. E da quel tempo in poi i giovani che volevano rovesciare il partitone sono quasi scomparsi dalle pagine dei giornali. “Abbiamo lavorato in un altro modo”, dicono.

Probabile che Bersani non sia andato dietro ai referendum per accontentare Civati, ma perché il sì è quello che la sua gente, la stessa dei tavoli di tressette, voleva senza se e senza ma. Il segretario si è rivelato – lo dice lo stesso Civati – molto più movimentista di quanto non lo fosse qualche mese addietro. Ed è pronto a chiedere senza indugio quattro sì, a tutti.

“Anche questo dice Bersani?”, si chiede sorridendo Renzi. “Bene, vuol dire che dovrà mettersi d’accordo con Enrico Letta, che non mi pare sulla sua stessa posizione”.


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Re: LA PELLE DELL'ORSO

Messaggioda reggino » 13/08/2011, 19:43

L’ex assessore regionale campano Sica
“Ecco come ricattai Berlusconi”
L'ex assessore campano avrebbe avuto un ruolo decisivo nella compravendita per far cadere Prodi. Le ammissioni nei verbali della P3: "Io e Cosentino volevamo tagliare le gambe a Caldoro"
Nicola Cosentino ed Ernesto Sica
Berlusconi è stato ricattato da Ernesto Sica attraverso rivelazioni imbarazzanti. Per questo ha fatto nominare il sindaco di Pontecagnano assessore regionale. Voleva evitare che spifferasse in giro il suo segreto: quello che aveva fatto e promesso il Cavaliere nell’estate del 2007. Lo conferma ai magistrati lo stesso sindaco di Pontecagnano, eletto nel Pdl dopo essere stato il consigliere regionale più votato della Margherita nel 2005, prima del grande salto del 2007 nelle braccia del Cavaliere. Sica però non ammette che il segreto della sua nomina sia la compravendita dei parlamentari del centrosinistra. I pm napoletani però su questo punto non gli credono e gli contestano le dichiarazioni accusatorie del suo ex amico Arcangelo Martino. Sica è stato sentito nell’inchiesta napoletana sul ricatto a Berlusconi e al presidente Caldoro, svelata dal Fatto mercoledì 10 agosto. Messo alle strette, ha raccontato i suoi viaggi ad Arcore e a Villa Certosa, gli aperitivi a tre con Berlusconi e l’imprenditore Davide Cincotti. Il re degli imballaggi di Battipaglia che – subito prima dell’annuncio dell’abbandono di Prodi da parte di Lamberto Dini – ha elargito un finanziamento registrato di 295 mila euro al partitino dell’ex ministro del centrosinistra. Sica soprattutto racconta con disarmante sincerità di avere trafficato in dossier con Nicola Cosentino per “tagliare le gambe” (proprio così dice lui) a Stefano Caldoro.

Il sindaco di Pontecagnano viene convocato dai pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci (pochi mesi dopo divenuto assessore alla sicurezza della giunta De Magistris) il 4 aprile del 2011. che informano l’indagato delle prove a suo carico: “le intercettazioni del caso P3, le dichiarazioni rese in due distinti interrogatori da Arcangelo Martino, più le dichiarazioni rese, da Stefano Caldoro, Italo Bocchino e Mara Carfagna”.

L’interrogatorio è teso e dura quattro ore. “Nell’estate 2007 ero consigliere regionale del partito della Margherita… andai in Sardegna a Porto Rotondo a casa del mio amico Davide Cincotti e, grazie a lui e a una signora di nome Consuelo che ha una agenzia immobiliare, riuscii ad avere un incontro per un aperitivo con il Presidente Berlusconi …Dopo l’incontro per l’aperitivo tra me, Cincotti, Berlusconi e altre persone presenti alla villa sarda del Presidente del Consliglio a circa 15 giorni di distanza seguì un lungo incontro solo tra me e Berlusconi, sempre a villa La Certosa… io offrii a Silvio Berlusconi la mia pronta disponibilità ad abbandonare il partito della Margherita e transitare nelle fiIe di Forza Italia. In cambio Berlusconi mi assicurò che sarei entrato a far parte dello staff di segreteria della nascente formazione politica Popolo delle Libertà che di li a poco sarebbe stata annunciata …avrei lavorato a Palazzo Grazioli”.

A questo punto è utile ricordare che la Procura di Napoli indaga Sica per il ricatto a Berlusconi e Caldoro e sospetta che abbia effettuato alla fine del 2007 un’attività di compravendita di parlamentari del centrosinistra sulla base soprattutto di un verbale inedito, reso da Arcangelo Martino il 22 ottobre del 2010. L’ex assessore arrestato per la P3 e per il dossier Caldoro nell’inchiesta di Roma racconta ai pm: “Sica diceva sempre di tenere in pugno Berlusconi per i favori che gli aveva reso e cioè in particolare per la famosa storia dell’acquisto dei voti dei parlamentari che avevano garantito la caduta del governo Prodi nel 2008.

Quando il 26 e 27 gennaio 2010 parlo con lui al telefono e sollecito Sica a preparare con urgenza e a consegnarmi la relazione e parlo anche esplicitamente di dossier vi rispondo che queste telefonate fanno riferimento non al dossier su Caldoro. In verità io sollecito Sica a farmi avere al più presto in anteprima la famosa denuncia che lui diceva di poter preparare e voler presentare sul conto di Berlusconi ed in particolare su come lui Sica, per conto di Berlusconi, nel 2008, aveva comprato il voto di alcuni parlamentari inducendoli a votare la sfiducia al governo Prodi. Poiché io avevo informato Denis Verdini circa questa attività di Sica e poiché anzi lo stesso Sica aveva detto ai vertici nazionali del Pdl che lui poteva presentare questa denuncia, io ero stato sollecitato da Verdini affinché mi facessi consegnare da Sica il racconto che poi sarebbe confluito nella denuncia. I vertici del Pdl, in altri termini, volevano verificare la natura e la consistenza delle accuse che Ernesto Sica avrebbe potuto fare nei confronti di Silvio Berlusconi allo scopo, evidentemente, di contenere o neutralizzare la denuncia stessa. … Sica aveva detto a me che i soldi serviti per la operazione di acquisto del voto dei parlamentari erano stati forniti da un imprenditore di grande rilievo, suo amico nonché amico di Berlusconi, imprenditore che operava nel settore dei supermercati. Non conosco il nome di questo imprenditore…. Sica, quindi, aveva un potere ricattatorio di non poco conto e la sua finalità era quella di intimidire Berlusconi al fine di ottenere per sé la carica di candidato governatore”.

Sica nega. Ma i pm sospettano che l’imprenditore possa essere proprio il suo amico Davide Cincotti, presentato a Berlusconi ma contributore per Dini.
“Davide Cincotti non conosceva, prima di quell’incontro dell’agosto Silvio Berlusconi…dopo il periodo delle festività natalìzie della· fine 2007 inizio 2008”, prosegue Sica che racconta le continue promesse non mantenute da Berlusconi. Prima non lo porta a Palazzo Grazioli, poi non lo candida. Sica vuole riscuotere anche se ai pm puntualizza: “non ho avuto alcun ruolo in operazioni di cosiddetta compravendita di parlamentari per la caduta di Prodi”. I magistrati napoletani però non la bevono: “mi si chiede delle operazioni di finanziamento effettuate alle forze politiche dal mio amico e vi rispondo che fu Cincotti a dirmi che aveva versato un contributo al gruppo di Dini”. Sica non sapeva nulla, nonostante avesse presentato il suo amico, fulminato sulla via di Lamberto, al Cavaliere. Ammette solo il patto scellerato con Cosentino contro Caldoro. “L’accordo tra me e Cosentino, sostenuti nel convincimento da Arcangelo Martino, era quello di lavorare attraverso la preparazione e la successiva divulgazione del dossier per tagliare le gambe a Stefano Caldoro”. Purtroppo non riescono nell’intento. Caldoro è il candidato del Pdl e Sica è sempre più teso. Vola a Viareggio e incontra Denis Verdini minaccia di raccontare “tutto da ferragosto 2007” e dice che non farà “la fine della “puttana di Bari”. Ai pm dice: “ho ricevuto assicurazioni da Berlusconi in persona circa il fatto che sarei stato dimenticato e che avrei avuto un posto nella futura, Giunta Regionale. … aggiunse che ne aveva già parlato con Caldoro ricevendo l’assenso di quest’ultimo”. Caldoro però il 15 maggio 2010 gli concede solo la misera delega all’avvocatura. Il giorno dopo Sica vola ad Arcore con la fidanzata. “Intorno alle 18,30 Berlusconi telefonò a Caldoro e io ascoltai”, racconta ai pm, “la conversazione essendo stato inserito il viva voce del telefono. Berlusconi disse a Caldoro che si poteva pensare anche di assegnarmi un assessorato più impegnativo. Caldoro rispose a Berlusconi che … in futuro si sarebbe di nuovo potuto tornare a parlare di un altro mio incarico”. Quando gli contestano le telefonate minacciose, Sica dice: “chiedevo il “conto morale e politico· di tutto” quello che avevo tatto per il partito di cui ho parlato in precedenza”. Sica nega però che il piano B del quale parla con Martino riguardi “le mie conoscenze sull’acquisto dei senatori per la caduta del governo Prodì”. L’unica minaccia che ammette è quella “di esporre pubblicamente il fatto che il Cavaliere aveva tradito gli accordi dell’agosto 2007”. Tanto sarebbe bastato per terrorizzare Berlusconi. Sica ammette: “Berlusconi ovviamente non voleva che io divulgassi alcuna notizia sulla storia del nostro accordo del 2007 e ricordo bene che in quella circostanza mi disse che lui non tradiva mai gli impegni e che anche io alla fine sarei stato gratiticato”.

da Il Fatto Quotidiano del 13 agosto 2011
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Re: LA PELLE DELL'ORSO

Messaggioda reggino » 13/08/2011, 19:45

P3, Dell’Utri: “I bonifici di Berlusconi?
Ho ristrutturato casa, ero senza quattrini”
In un'intervista al Corriere il senatore azzurro dà la sua versione riguardo ai versamenti per 8 milioni di euro ricevuti dal presidente del Consiglio: "Ho dei problemi, vivo come un nobile decaduto". Insomma, i soldi sono serviti per ristrutturare la villa di Torno che, a breve, sarà venduta "per problemi finanziari"
“Mi hanno ridotto a corto di quattrini. Ho dei problemi. Non riesco a mantenere più questa villa”. Così Marcello Dell’Utri, intervistato oggi da Il Corriere della Sera, spiega l’origine dei versamenti per dieci milioni di euro ricevuti da Silvio Berlusconi, e finiti agli atti dell’inchiesta P3 come rivelato ieri da Il Fatto Quotidiano (Leggi). Il riferimento è alla magnifica dimora di Torno, sul lago di Como. Che ora il senatore vorrebbe vendere, racconta, ma prima deve ristrutturarla. Da qui l’esigenza di “chiedere un prestito a un amico”. Berlusconi, appunto.

Appare molto nervoso, Marcello Dell’Utri, nello spiegare l’ennesimo caso giudiziario che lo coinvolge. Si tratta di “miei affari personali e privati”, afferma, “anche quando si parla di ristrutturare, comprare o vendere una casa, chi mesta nel torbido ci voglia sempre mettere lo zampino. Capisco certi giornali, ma che c’entra il Corriere con questa rottura di c…?”. E ancora: “Ognuno di noi in questo Paese non è più libero di fare una trattativa, di chiedere un prestito a un amico, di fare un lavoro a casa, di avere un guaio? Tutto deve diventare di dominio pubblico, senza un minimo di riserbo? E questa non è secondo lei una rottura di c…?”.

Ma poi, incalzato, il senatore azzurro cede e racconta la sua versione dei fatti: “Va bene, basta, lo dico: sto vendendo casa. Ecco la verità. Non subito. Ma ho dato voce. E’ necessario fare dei lavori importanti. Ristrutturo e poi vendo tutto. Perché io ho da pagare c… e ramurazzi (ravanelli, ndr)». E’ una parte nuova da recitare per Dell’Utri, quella del “poveraccio” a corto di quattrini: «Ho dei problemi. Non riesco a mantenere più questa villa. Troppo grande. E’ stato un sogno. Mi rendo conto che nella vita c’è chi sale e chi scende. E io vendo casa… ». Insomma, Dell’Utri come un nobile decaduto: “Appunto, nobiltà decaduta. Ero anch’io un principe. E non lo sono più”. E a cosa attribuire le responsabilità di questo stato di indigenza se non ai processi? “Colpa della persecuzione”.

Non sembra appartenere alla sua mentalità il fatto che chi ricopre cariche pubbliche sia tenuto a dare spiegazioni ai cittadini specie se in ballo, come raccontato dal Fatto, ci sono 8 milioni di euro incassati direttamente dal presidente del Consiglio. Milioni che diventano 18 se si contano anche i versamenti fatti a Denis Verdini dal senatore del Pdl nonché editore di Libero e Riformista Antonio Angelucci (Leggi). Versamenti di cui si ha notizia dalle carte appena depositate nell’indagine sull’associazione segreta (P3) che mirava a condizionare gli organi costituzionali e giudiziari e gli enti pubblici nazionali e regionali.

Ma nell’intervista al Corriere, messo di fronte a quello che il giornalista chiama “il retro pensiero dei malpensanti”, e cioè che “Berlusconi potrebbe averlo pagato per mantenere un segreto o per non dire qualcosa magari con riferimento a qualche processo”, il senatore siciliano risponde con veemenza: “Menti disturbate possono pensare queste cose, ma io non mi voglio disturbare e vorrei starmene tranquillo”.

E proprio per starsene in tranquillità, lontano dalle “rotture di c.”, Dell’Utri corre intorno alla sua villa sul lago: “Sì, corro attorno a casa mia. O meglio cammino veloce, diciamo 5 all’ora, giusto per mantenermi in esercizio. Ma ora passa la voglia di tutto con questi sospetti sul niente“. Il senatore corre anche per “controllare la pressione del cuore”. Colpa dei processi che gli rovinano l’umore: “Debbo controllarla. Sale quando penso a queste camurrie dei processi. Appena penso ad altro scende che è una bellezza». Già, perché Dell’Utri si sente “un perseguitato” dalla giustizia: “Ho visto tanti perseguitati morire di infarto o di cancro. Meglio la mia educazione arabo-fatalista. Forse mi salvo e arrivo all’11 settembre». Il giorno del suo 70esimo compleanno.

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Re: LA PELLE DELL'ORSO

Messaggioda reggino » 13/08/2011, 19:46

P3, una montagna di soldi
nelle tasche di Marcello Dell’Utri
Il senatore del Pdl ha incassato 8 milioni di euro da Berlusconi e poi ha ristrutturato la sua villa sul lago di Como. Lo ha rivelato un'informativa della Guardia di finanza, ma i pm Capaldo e Sabelli hanno chiuso le indagini. Il nuovo versamento si è andato ad aggiungere a uno precedente da un milione e mezzo
Ci sono 18 milioni di euro incassati dai politici della P3: Denis Verdini e Marcello Dell’Utri e pagati da altri politici del Pdl. L’incredibile rivelazione proviene dalle carte appena depositate nell’indagine sull’associazione segreta che mirava a condizionare gli organi costituzionali e giudiziari e gli enti pubblici nazionali e regionali. Nei giorni scorsi si era scoperto che – per i pm romani tra i promotori dell’associazione segreta c’erano anche Verdini e Dell’Utri. Ora si scopre che Silvio Berlusconi, il beneficiario ultimo di molte operazioni della P3 ha versato tra febbraio e marzo del 2011 ben 8 milioni di euro a Marcello Dell’Utri che si vanno ad aggiungere a un altro milione e mezzo già segnalato nelle precedenti informative.

Anche Denis Verdini e la moglie del coordinatore del Pdl hanno ricevuto da un parlamentare-imprenditore del Pdl, il senatore e re delle cliniche Antonio Angelucci, bonifici per 8,3 milioni di euro. Questa montagna di denaro è stata scoperta dagli uomini del Nucleo Valutario della Guardia di Finanza guidati dal generale Leandro Cuzzocrea solo pochi mesi fa grazie alle segnalazioni sulle operazioni sospette giunte dall’Uif, l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia. Le Fiamme Gialle ricostruiscono i flussi milionari e chiedono ai magistrati di autorizzare gli accertamenti fiscali per entrambi i politici.

In una terza informativa del 18 maggio 2011, il comandante della sezione, Andrea Salpietro, dopo avere ricostruito i ruoli dei “i principali soggetti dell’organizzazione”, tra i quali ci sono Verdini e Dell’Utri, e dopo avere riportato pagine di intercettazioni di Flavio Carboni (già arrestato) con Verdini e Dell’Utri (liberi) scrive ai pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli: “Si rimette a Codesta autorità giudiziaria la sussistenza dei presupposti per l’eventuale adozione di misure cautelari”.

La Finanza ipotizzava insomma le manette ma la Procura risponde due mesi dopo con un avviso di chiusura indagini che fa tirare un sospiro di sollievo anche ai politici. La situazione bancaria di Dell’Utri era già stata affrontati in un’informativa del 2010 nella quale si sottolineava l’andamento anomalo dei conti del senatore al Credito Cooperativo Fiorentino di Denis Verdini. In particolare l’Uif e la Finanza segnalavano: “un bonifico di euro 1,5 milioni ricevuto dal conto di da Silvio Berlusconi al Monte dei Paschi di Siena, in data 22 maggio 2008”. I soldi partivano dall’agenzia di Segrate usata dal Cavaliere per pagare le ragazze dell’inchiesta Ruby. Anche la causale “prestito infruttifero” è la stessa adottata per le “Olgettine”. La posizione di Dell’Utri era stata esaminata dai commissari straordinari della banca, nominati da Bankitalia dopo le dimissioni di Verdini dalla presidenza. La posizione di Dell’Utri “era classificata dalla banca come ‘incaglio’ a causa di due finanziamenti a suo favore che non presentano andamento regolare”. Uno era un mutuo ipotecario da 2 milioni con 10 rate in mora per 150 mila euro. Quando arriva il milione e mezzo dell’amico Silvio, “la posizione di Dell’Utri presentava un saldo negativo di 3 milioni e 150 mila euro su un affidamento concesso di 2,8 milioni”. Il 7 maggio 2011 arriva la seconda segnalazione dell’Uif e il Nucleo Valutario si mette all’opera. Il 21 giugno del 2011 arriva sul tavolo di Capaldo un’informativa bomba relativa al conto di Marcello Dell’Utri nella sede di una banca di Milano, acceso il 14 dicembre del 2009. “In data 25 febbraio 2011 e 11 marzo del 2011, ha introitato due bonifici rispettivamente di 1 milione e di 7 milioni di euro disposti da Silvio Berlusconi tramite Banca Intesa Private Banking sede di Milano aventi come causale ‘prestito infruttifero’”.

L’Uife la Guardia di Finanza ricostruiscono la destinazione di parte di quelle somme: “il 15 marzo Dell’Utri effettua un bonifico per l’impresa di costruzione Nessi & Majocchi di Como”, cioè l’impresa che ha curato la ristrutturazione – coordinata dalla moglie Miranda Ratti - della splendida villa del senatore, a Torno, sul lago. Dell’Utri è uno dei promotori della P3, un’associazione segreta che – secondo i pm – ha cercato tra l’altro di influenzare la Corte Costituzionale prima del verdetto sul Lodo Alfano e la Cassazione prima della decisione sulla causa fiscale che poteva costare centinaia di milioni di euro alla Mondadori. Nelle intercettazioni della P3 spesso si parla di “Cesare”, che secondo alcuni testimoni era proprio Berlusconi. Ora si scopre che il Cavaliere foraggia con 9,5 milioni di euro Dell’Utri. È lecito chiedere al senatore se non ci sia una relazione tra le attività a favore del premier e i soldi ricevuti. La risposta è in siciliano: “Come diciamo noi, sono ‘fisserie come i tuoni’, cioé storie che fanno tanto rumore per nulla”. Non c’è nessuna relazione. Voi siete del Fatto, un giornale”, aggiunge il senatore, “che non leggo ed è ovvio che fate questi pensieri maliziosi “ma le assicuro che queste sono”. Ma a cosa servivano quei soldi? “Una parte serviva per ristrutturare la mia casa. E poi, come è scritto chiaro sul bonifico, sono prestiti. Quando li restituirò è affar mio. Non del Fatto”.

da il Fatto quotidiano del 12 agosto 2011
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Re: LA PELLE DELL'ORSO

Messaggioda reggino » 13/08/2011, 19:47

P3, i pm: “A Dell’Utri 495mila euro da Publiepolis”
Nove cambiali da 55 mila euro euro sul conto corrente del senatore Marcello Dell’Utri ricevute, per girata, dalla società Publiepolis. C’è traccia anche di questa operazione nelle centinaia di documenti depositati dalla Procura di Roma dopo l’atto di chiusura indagine sulla cosiddetta P3. In un’informativa della Guardia di Finanza, consegnata sia ai magistrati della procura capitolina che a quella di Cagliari (che sulla vicenda hanno aperto un fascicolo), si fa riferimento a una segnalazione da parte dell’Unità di Informazione Finanziaria sull’operatività bancaria del parlamentare del Pdl, accusato dai magistrati della capitale, assieme ad altri, di associazione per delinquere finalizzata alla violazione della legge Anselmi sulle società segrete.

“Le cambiali in questione sono state emesse tra il 17 dicembre 2009 e il 2 febbraio 2010 dalla Prs Stampa srl e risultano domiciliate presso la Popolare di Sondrio, sede di Milano”, mentre l’operazione per l’incasso è datata 29 marzo 2010. Nell’informativa gli uomini delle Fiamme gialle spiegano che i quotidiani Epolis nati nel 2004 “subito dopo la loro costituzione fronteggiarono una forte crisi finanziaria, superata grazie all’intervento del senatore Dell’Utri. Il senatore per cinque mesi e sino al 6 febbraio 2008, è stato anche amministratore delegato della Publiepolis spa”.

Nel materiale inviato dalla Finanza viene spiegato che “i quotidiani E Polis e le altre società collegate, compresa la Publiepolis spa, hanno poi fatto parte del gruppo Investimenti Editoriali Srl, società costituita il 30 novembre 2007, con sede a Roma, amministrata da Francesco Ruscigno, commercialista campano. A conclusione dell’informativa la Guardia di finanza rimettendosi alla valutazione delle procure, ritiene “opportuno approfondire il profilo soggettivo delle due società che risultano collegate alle cambiali incassate dal senatore, in qualità di emittente e di primo beneficiario”.


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