il flop della città metropolitana

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pellarorc
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il flop della città metropolitana

Messaggio da pellarorc » 29/08/2011, 23:08

Flop metropolitano: Peppe & Peppe non esultano più

C'è stato un periodo, nella storia recente di Reggio Calabria, in cui è sembrato di vivere un lungo, interminabile Capodanno: una di quelle occasioni in cui devi essere necessariamente allegro, anche se hai solo voglia di andare a dormire. Un lasso di tempo di un anno-un anno e mezzo, dall'aprile 2009 alla fine dell'estate del 2010, in cui, nella maggiore realtà urbana della regione, i festeggiamenti per il riconoscimento dello status di area metropolitana hanno superato per intensità e durata quelli per le vittorie dei Mondiali dell'82 e del 2006.
In quella sorta di San Silvestro permanente, guai ad essere critici. Non raccolgono la spazzatura? «I soliti detrattori: è immondizia metropolitana!». I rubinetti sono all'asciutto? «Uomini di poca fede, costruiremo un acquedotto metropolitano». Il Comune non ha soldi per pagare i creditori? «Bauscia, sono debiti metropolitani».
Un «successo politico-istituzionale bipartisan» che, per essere socializzato con gli ignari viaggiatori dell'aeroporto dello Stretto e del porto cittadino, è stato sottolineato anche attraverso la cartellonistica stradale. «Benvenuti a Reggio Calabria, città metropolitana» si legge in grandi tabelle dallo sfondo amaranto, fatte installare dal Comune appena fuori dal “Tito Minniti” e sulla banchina del molo Margottini. In realtà, quell'ente non esiste: forse un giorno prenderà il posto della Provincia, ma tecnicamente non è mai stato istituito e quei cartelli stradali hanno più o meno lo stesso valore che avrebbero avuto se ci fosse stato scritto: «Benvenuti nel Kentucky» o «Reggio Calabria, capitale della Nuova Zelanda». Ma tant'è, l'entusiasmo era così debordante che – spreco in più, spreco in meno - si può anche perdonare un errore commesso in buona fede e solo per crassa ignoranza.
Fu il primo successo di quella che avversari politici livorosi e carichi di rancore definirono “la premiata ditta Peppe&Peppe”: Scopelliti, all'epoca sindaco della città, e Bova, illo tempore presidente del consiglio regionale, promossero l'inserimento di Reggio tra le aree metropolitane d'Italia. E, ciascuno per la parte di propria competenza, vendettero molto bene quel risultato. Scopelliti lo fece tirando fuori dall'album di famiglia le sue foto assieme a Italo Bocchino, che dopo Maria Grazia Laganà Fortugno aveva presentato l'emendamento alla legge sul federalismo fiscale. «Io e Italo siamo amici da una vita», diceva l'attuale governatore ricordando con un filo di emozione e di orgoglio i bei tempi andati, quelli del Fronte della gioventù, quando lui e il delfino di Fini erano compagni di camera ai congressi. E via con le istantanee: «Io e Italo il giorno del mio compleanno», «la nostra prima vacanza assieme», «qui eravamo allo stadio».
Bova, da parte sua, non perdeva occasione per rivendicare la sua, pur vera, primogenitura. Lo chiamavano per un saluto alla Caritas? «Noi abbiamo fatto l'area metropolitana», diceva. Un intervento per presentare la Coppa Davis di tennis? «Se vincerete, sarà merito dell'area metropolitana». E alla sagra dello stoccafisso sapete di cosa parlava? Dell'area metropolitana, naturalmente.
Oggi però di quel “miracolo” non si discute più. Solo qualche meritoria associazione promuove periodicamente degli incontri. Porta a Reggio cattedratici di prim'ordine: giuristi, architetti e urbanisti per confrontarsi sulle prospettive e sulle opportunità. I politici, no. Hanno fatto eclissare la questione e ne hanno ben donde: sono passati due anni ma non è successo niente di niente. E il futuro non promette nulla di buono: se si è ipotizzato di cancellare le Province e abolire i piccoli Comuni, figuriamoci se qualcuno si azzarda a pensare di istituire un nuovo livello istituzionale.
Ma c'è di più. Quando è stato paventato il rischio della soppressione della Provincia di Vibo, il presidente dell'ente, Francesco De Nisi, ha pensato bene di proporre: «Prendiamoci la Piana di Gioia Tauro, così avremo anche noi diritto di esistere». La breccia aperta da De Nisi è di quelle che fanno scricchiolare l'intero sistema della geografia istituzionale calabrese. Perché, se per puro caso ai cittadini di quell'area della provincia di Reggio dovesse saltare in mente di unirsi per referendum alla realtà più ricca e turistica della regione, sarebbe assai difficile continuare a nutrire il sogno della città metropolitana. D'altronde, già in passato i cittadini di un altro fondamentale comprensorio, la Locride, hanno detto chiaramente che a loro questa novità proprio non piace: perché se già sono marginali oggi, domani lo diventerebbero ancora di più. Tanto varrebbe allora - ha ipotizzato qualcuno - unirsi alla provincia viciniore, quella di Catanzaro, che si dà il caso sia anche il capoluogo di Regione.
Si dirà: ma chissenefrega della Locride e della Piana. Dopo tutto, il vero obiettivo è puntare all'integrazione con Messina. Come se fosse facile. Già la metà dei sindaci di Veneto, Lombardia ed Emilia scese sul piede di guerra per quell'emendamento al decreto legislativo con cui venne varato il federalismo fiscale. Adesso ci vorrebbe addirittura una legge costituzionale, da approvare con il beneplacito dei tanti siciliani che, certo, accetterebbero con entusiasmo l'idea di perdere la provincia in cui si trova Taormina. E gli stessi cittadini messinesi non è che siano particolarmente allettati dalla prospettiva di “imparentarsi” con i dirimpettai calabresi, che per la verità non hanno mai sopportato. Loro, con i reggini, non vogliono proprio avere nulla a che fare, come dimostra la recente delibera del consiglio provinciale peloritano che ha sancito l'uscita dalla Sogas, uno dei pochi e concreti punti di contatto tra le due comunità che abitano sullo Stretto.
Dell'intera vicenda resta solo la diceria della profonda simpatia reciproca che, dall'aprile di due anni fa in avanti, ha accompagnato Scopelliti e Bova. Una voce alimentata dal fatto che quest'ultimo, che è uscito dalla scuola delle Frattocchie ed è uno che bada attentamente al significato delle parole, a Palazzo San Giorgio (dov'è consigliere comunale) rivendica la dignità del ruolo della «minoranza» ma quasi mai pronuncia il termine «opposizione». L'ex presidente del consiglio regionale, di fronte a questi rilievi, si arrabbia tantissimo, come fece quando, molti anni fa, fu criticato per la sua affinità con l'allora forzista Pietro Fuda. Le liquida come affermazioni destituite di fondamento. Sono, in altre parole, soltanto delle leggende. Metropolitane, naturalmente.

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